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Andrea Sempio? "Solo indizi, nessuna prova: perché l'inchiesta non mi convince"

di Andrea Scagliasabato 9 maggio 2026
Andrea Sempio? "Solo indizi, nessuna prova: perché l'inchiesta non mi convince"

6' di lettura

Questa storia dell’inchiesta sul delitto di Gar lasco, e delle reazioni dell’opinione pubblica - media innanzitutto - alle notizie che riguardano l’indagine, è davvero emblematica. Anche e soprattutto per quanto riguarda quel termine così ben scritto e pronunciato da coloro che vogliono apparire tanto equilibrati e democratici quando si tratta di darsi un tono, la parola “garantismo”, che però in linea di massima è considerato dagli italiani un po’ quello che per il personaggio di Antonio Albanese è il dialogo – e dunque sì, il garantismo va bene per un minuto, due minuti, sette minuti, poi alla fine rompe i coglioni...

Altra premessa importante: quando si tratta di indagini giudiziarie, nessuno dovrebbe pensare di arrivare alla Verità assoluta, ché quella è affare esclusivo di chi s’affaccenda con Fede e dintorni, ma di ricostruire una verità giudiziaria credibile, da sottoporre poi al vaglio processuale. In altre parole: non si tratta e non basta convincersi intimamente che uno è colpevole, ma verificare se esistano prove sufficienti per considerarlo tale. Concetti apparentemente elementari, che tutti si dimenticano volentieri. Per Stasi esistevano elementi tali da giustificarne la condanna? Questo giornale, e anche chi scrive, ha sempre pensato di no. E per Sempio? Permetteteci di nutrire gli stessi dubbi.

A questo punto, il Pm Collettivo, quello che in questa vicenda domina su tivù e giornali, cene d’ufficio e bar, allarga le braccia: «Eh, ma allora chi vuoi che sia stato?». Ecco, appunto: non si tratta di trovare il colpevole purchessia, ma di raccogliere prove fondate che ne individuino uno “al di là di ogni ragionevole dubbio”. E se di prove degne di questo nome non se ne trovano, niente.

DISCORSO IN MACCHINA
Andiamo dunque al protagonista di questa faccenda, Andrea Sempio, quello per cui le regole del garantismo sono state dimenticate fin da quando è entrato in scena. E vediamo di prendere velocemente in esame i tre elementi che pare siano alla base del convincimento dei magistrati di Pavia in ordine al fatto che sarebbe stato lui a uccidere la povera Chiara Poggi, quel maledetto 13 agosto 2007, nella villetta di Garlasco. Partiamo dall’ultimo elemento emerso, quello che ha fatto esclamare ai più: dài, allora è proprio lui. Si parla dell’intercettazione ambientale in cui, in pratica, Sempio ripercorrerebbe, parlando tra sé e sé in macchina, i motivi che l’avrebbero poi portato all’omicidio: gli inquirenti interpretano infatti quelle parole come la conferma che lui, Sempio, avrebbe tentato un approccio con Chiara, rivelandole di aver visto alcuni video intimi di lei e di Stasi, e però di averne ricevuto un rifiuto. Questo, poi, avrebbe rappresentato la molla per un supposto tentato approccio di persona, e di fronte a un altro rifiuto, ecco l’omicidio.

Innanzitutto, una notazione riguardante ancora il Pm Collettivo. Se un’indagine di questo genere riguardasse, non so, una persona del cui destino importa qualcosa chessò, un parente, oppure un politico di cui si ha stima e venisse fuori che in un’intercettazione lui di fatto dice cose che ne attesterebbero la colpevolezza, prima di esprimere un qualunque giudizio che cosa chiederemmo immediatamente? Perlomeno di ascoltare quest’intercettazione, per renderci conto del contesto, del tono, della correttezza delle trascrizioni, di quanto ha detto prima e dopo. E invece in questo caso no molti organi d’informazione hanno preso per oro colato una ricostruzione di parte, quella della procura. Un sito d’informazione dei più letti titolava in apertura: «Così è stata uccisa Chiara Poggi». No, così i pm dicono che Chiara sia stata uccisa, cosa oltremodo diversa.

C’è poi il discorso relativo alle intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta penale. In una miriade di casi ci si è resi conto di quanto possa essere scivoloso basare accuse tanto gravi su conversazioni orecchiate, sempre difficili da contestualizzare se non supportate da prove molto solide – in questo caso, poi, si tratta addirittura di soliloqui, dunque ragionamenti dai confini ancor più indefiniti. In questo senso, leggendo l’ordinanza, si apprende che Sempio stava ascoltando il podcast di una giornalista riguardante il delitto e non era d’accordo sulle ricostruzioni riportate (prima commenta a voce alta «ma tu lo stai dicendo...», e poi ancora «ma non è vero... ma non è vero...»). Quindi arriva il passaggio considerato determinante, in cui Sempio inscena una sorta di dialogo, anche imitando una voce femminile (ripetiamo, l’autrice del podcast è una giornalista), e nel brogliaccio si riporta che direbbe «...e ha messo giù il telefono...», «e da un lato l’interesse non era reciproco...», e ancora «lei dice “non l’ho più trovato” il video...», e poi però conclude: «Tutto sbagliato». Circa un’ora dopo, un altro soliloquio, in cui Sempio dice: «...cioè è stata bella stronza... (parole incomprensibili)... giù il telefono». Ancora un’ora dopo, pronuncia le ormai famose frasi: «...perché Chiara non... (parole incomprensibili)... con quel video... e io ce l’ho... (voce bassa) dentro la penna... va bene... un cazzo...».

Ecco, in sostanza secondo gli inquirenti queste frasi dette in macchina fra sé e sé rappresenterebbero elementi fondamentali per dimostrare che Sempio aveva visto i filmini intimi di Chiara e Stasi, che ci aveva provato con Chiara, che lei l’aveva respinto buttandole giù il telefono e soprattutto che lui, dopo essere andato di persona a casa sua, in un omicida moto d’impeto, l’avrebbe trucidata. Utile sottolineare anche che Sempio, in tutta questo “autoconfessione”, non fa minimamente cenno al fatto di aver incontrato, né tantomeno ucciso Chiara. Diciamo dunque che risulta oltremodo acrobatico considerare questa una solida prova di colpevolezza. Passiamo ora al secondo “indizio fondamentale” a carico di Sempio: le tracce di Dna trovate principalmente nella mano destra di Chiara, più precisamente sul mignolo e sul pollice, compatibili con quello dell’indagato. Ora, una prima considerazione non scientifica ma frutto di elementare ragionamento: secondo la ricostruzione degli inquirenti, Chiara si sarebbe difesa dal suo assassino, e da qui le tracce sulle mani. Ma se una persona si difende mentre la stanno uccidendo, possibile che dell’omicida rimangano solo piccolissime tracce sulle unghie? Avrebbero dovuto trovare un’enorme quantità, di materiale genetico riferibile all’assassino.

A parte questo, importante è il fatto che la perizia presentata nell’incidente probatorio del dicembre 2025 ha sollevato precisazioni tecniche importanti: il Dna, compatibile con Sempio, non permette da solo l’identificazione univoca di un singolo individuo. Perdipiù, a causa del deterioramento dei campioni e delle metodologie usate in passato, non è possibile stabilire con rigore scientifico se il Dna si trovasse sotto (dunque depositatosi “per difesa”) o sopra l’unghia (“per contatto accidentale”), né il momento esatto della deposizione. Per dirla semplice: non è una prova. 

IL PALMO SUL MURO
Infine, la questione della cosiddetta “traccia 33”, l’impronta palmare trovata sul muro delle scale che portano alla cantina, vicino a dove Chiara è morta. In sostanza, l’accusa sostiene che sia stata lasciata dall’assassino, cioè da Sempio, durante l’omicidio, in base al fatto che i periti della Procura hanno ravvisato punti di contatto significativi con il palmo dell’indagato: però l’hanno fatto attraverso una foto, non dall’analisi dell’intonaco originale, andato perduto negli anni. Peraltro, la “traccia 33” non risulta essere stata lasciata con mani sporche di sangue: se l’assassino l’avesse impressa sul muro durante la fuga dopo aver colpito Chiara, è alquanto probabile che avrebbe trasferito tracce ematiche sul muro. La difesa, inoltre, sottolinea che Sempio era amico del fratello di Chiara, Marco, e frequentava la casa: l’impronta potrebbe essere stata lasciata in un qualsiasi momento precedente al delitto.

Anche in questo caso, dunque, non è stato stabilito “al di là di ogni ragionevole dubbio” né che sia stata lasciata dall’assassino, né il momento esatto della sua deposizione. Per concludere: è possibile condannare una persona, per un reato che potenzialmente può prevedere l’ergastolo, in base a questi elementi? Chi scrive conferma i suoi dubbi, anche e soprattutto a fronte del berciare del Pm Collettivo. Il grande Elias Canetti, nel suo Massa e potere, ha descritto anche le dinamiche della folla in trepidante attesa davanti al patibolo già preparato, con i suoi componenti che finalmente possono per un attimo dimenticare i contrasti, i disaccordi umani e politici, e unirsi tutti nell’attesa della “scarica”, quando il cattivo, quello che è cattivo per tutti, sarà finalmente giustiziato. Il modo più semplice per sentirsi finalmente migliori.