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Andrea Sempio, i rumors sul "file originale": perché può cambiare tutto

di Simona Plettovenerdì 15 maggio 2026
Andrea Sempio, i rumors sul "file originale": perché può cambiare tutto

4' di lettura

C’è un fruscio continuo, un rumore di fondo che sembra mangiarsi le parole. Le frasi si interrompono, le sillabe spariscono dentro il rombo dell’auto e il vento che entra dai finestrini. Eppure, secondo gli investigatori, proprio in quei frammenti captati mentre Andrea Sempio parla da solo in macchina si nasconderebbe una parte decisiva della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Perché in quelle intercettazioni ambientali — oggi finite al centro di un feroce dibattito tecnico e investigativo — gli inquirenti leggono il movente, il rancore, perfino un rapporto mai chiarito con Chiara Poggi. Il cuore dell’indagine è dunque in una conversazione del 14 aprile 2025. Sempio, ascoltando in auto un podcast sull’omicidio di Chiara Poggi, inizia a parlare tra sé e sé. La registrazione è disturbata, a tratti quasi incomprensibile per qualsiasi orecchio. Ma nella verbalizzazione gli investigatori attribuiscono all’indagato parole pesantissime: «...lei ha detto: “non ci voglio parlare con te”...», direbbe imitando una voce femminile. Poi ancora: «...e io gli ho detto “riusciamo a vederti”...». E subito dopo: «...e da un lato l’interesse non era reciproco...».

Per la procura è molto più di uno sfogo sconnesso. È il racconto di tre telefonate fatte da Sempio verso casa Poggi nell’agosto 2007, telefonate che non sarebbero state dirette all’amico Marco Poggi ma proprio a Chiara. E non solo. Nello stesso dialogo emergerebbe anche il riferimento a un presunto video intimo della ragazza: «...lei dice “non l’ho più trovato” il video...», direbbe la voce attribuita a Sempio. Poi ancora: «...con quel video... e io ce l’ho... dentro la penna...». Frasi spezzate, pronunciate a bassa voce, che per gli inquirenti disegnerebbero il profilo di un interesse sentimentale non corrisposto e di un risentimento maturato dopo un rifiuto. Una parte importante del nuovo impianto accusatorio.

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Ma quanto valgono davvero quelle registrazioni, vista la bassa qualità dell’audio, o perlomeno di quello circolato sui siti d’informazione? «Bisogna partire da un punto fondamentale: ciò che si ascolta in televisione o sui siti dei giornali non è mai il file originale», spiega Marco Perino, tra i pochi periti fonici forensi italiani specializzati in indagini foniche. «Ogni passaggio, ogni “inoltro” comporta una perdita di qualità se non effettuata secondo metodologie forensi. Un conto è lavorare sul file originale in possesso della procura, un altro è ascoltare una copia divulgata dai media. Un perito fonico forense è abituato a lavorare su audio disturbati: se fossero perfettamente comprensibili, non verremmo chiamati in causa».

Perino descrive la professione del consulente fonico come un’operazione quasi chirurgica: «Un bravo perito, dove non riesce a comprendere, scrive gli omissis. Si lavora sul rapporto segnale-rumore. Il rumore va ridotto, la voce migliorata o isolata, ma ogni intervento deve essere documentato scientificamente e deve poter essere ripetuto da un altro consulente anche a distanza di anni». E prosegue: «Il rischio più grande- avverte il perito, - è il condizionamento. Se io parto dall’idea che una persona sia colpevole, il cervello tenderà a interpretare i suoni in quella direzione. Per questo un perito fonico non interpreta: scrive soltanto ciò che sente».

Sullo stesso punto insiste anche Stefano Cimatti, investigatore e criminologo forlivese che da anni collabora con procure e tribunali. «Le intercettazioni in auto sono quasi sempre disturbate. Basta un finestrino aperto, il motore, la pioggia o l’aria condizionata per compromettere l’ascolto. Per questo si lavora sui file originali con software molto avanzati, capaci di isolare le frequenze vocali e ridurre i rumori di fondo. Alla fine il risultato arriva». Secondo Cimatti, il paragone più efficace è quello con una fotografia: «La copia pubblicata online non avrà mai la nitidezza dell’originale. E soltanto sull’originale puoi davvero schiarire, ingrandire, isolare dettagli. “a quell’audio disturbato, sintetizzando, si possono estrarre frasi comprensibili».

Nel verbale notificato a Sempio, gli investigatori riportano anche un’altra intercettazione ritenuta significativa. È del 12 maggio 2025. L’indagato parla ancora da solo in auto e, commentando le tracce di sangue nella villetta di via Pascoli, pronuncia una frase che la procura considera cruciale: “Quando sono andato io... sangue c’era”. Gli stessi verbalizzanti annotano però che il passaggio potrebbe anche essere interpretato come “quando sono andato via”. Una differenza minima all’ascolto, enorme sul piano investigativo. «A volte lo stesso audio che ascolta una persona comune restituisce parole diverse rispetto a quelle che riesce a cogliere un perito fonico», spiega ancora Perino. «È una questione di allenamento all’ascolto. Noi siamo abituati a lavorare dentro il rumore, a distinguere frequenze e suoni che per altri restano confusi. Ma proprio per questo bisogna attenersi solo a ciò che è realmente intelligibile, senza mai riempire i vuoti con interpretazioni».

Ed è qui che si gioca la partita decisiva. Perché l’intera inchiesta sembra poggiare su parole captate tra fruscii, pause e sillabe mozzate. Frasi che per gli investigatori raccontano un retroscena rimasto nascosto per 18 anni, ma per la difesa potrebbero essere il risultato di interpretazioni forzate. Nel giallo di Garlasco, tra Dna, impronte e alibi, ora il peso dell’inchiesta passa anche attraverso parole spezzate dal rumore.

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