Le dita, agili e svelte, accarezzano le fiches, le spostano, le ribaltano delicatamente e le fanno rotolare raggruppandole, come per magia, in colonnine divise per colori: quelle con le quali, poi, ti pagano una vincita o ti danno un cambio di denaro. E succede tutto così velocemente che tu, lì davanti al panno verde della roulette, resti quasi ipnotizzato. Poi, mentre il croupier ti sorride, le sue mani si sfiorano come per spolverarsi l’un l’altra in un gesto ripetitivo e automatico - alla lunga un vero tic («ormai mi viene da farlo anche dopo aver pagato il caffè al bar o aver sfogliato un libro») - che serve a dirti: è tutto pulito, nessun inganno. Eleganza e rapidità, precisione ed efficienza. Ma anche puro show. «Molti di noi, soprattutto tra i più giovani, si esercitano ore e ore a casa per essere ancora più abili e appariscenti. Ma c’è pure chi esagera, finisce col farsi male e si deve operare ai tendini».
Luca ha 23 anni e si racconta con entusiasmo e passione mentre giocherella con una fiche. È uno dei 40mila croupier professionisti italiani e, come la maggior parte dei suoi colleghi, lavora all’estero. «Mi sono formato alla scuola di Milano, ho fatto esperienza in Belgio e poi sono stato preso in Svizzera: abito a Milano e faccio avanti e indietro dal Ticino. Vuole capire come è il nostro lavoro?
Venga con me stasera e scoprirà tutto: partiamo alle 19.30».
LOOK DA RAPPER Luca si presenta all’appuntamento in borghese e, dal look, sembra più un rapper che un croupier: scarpe da ginnastica, pantaloni della tuta, felpa col cappuccio, grosse cuffie per la musica, occhiali da sole e un orecchino al lobo sinistro. «Per lavorare devo toglierlo, come devo nascondere i braccialetti. I tatuaggi? Ne ho parecchi, ma sono tutti nascosti quindi non creano problemi». Si parte, e parte anche il racconto. «Ci sono vari tipi di contratto e si può scegliere quanto lavorare: da full time a part time. Io, quando nel 2024 sono stato assunto in Svizzera a tempo indeterminato, ho deciso per l’80% delle ore, così ho un po’ di tempo libero per stare con la fidanzata o giocare a calcio. Il lavoro mi impegna quattro giorni la settimana, quasi sempre di fila, con turni di 8 ore: inizio alle 21 e finisco alle 5 di mattina. Lo stipendio? Tra i 3 e gli 8 mila franchi al mese: nessun mestiere, in Italia, viene pagato così. Al di là dei soldi, però, la vita dentro il casinò è elettrizzante e divertente. Se ne accorgerà».
Un’ora abbondante di viaggio ed eccoci tra slot, tavoli, carte, fiches, luci e colori. Luca va direttamente negli spogliatoi e, quando si ripresenta, è irriconoscibile: scarpe nere eleganti, pantaloni da abito blu, camicia bianca, gilet scuro e papillon rosso. La serata inizia con una breve riunione con i superiori nella quale ogni croupier conosce i propri turni - girano tra Roulette, Blackjack, Poker Ultimate Texas hold’em e Puntobanco - e viene informato sulla presenza di giocatori particolari, che siano importanti o strani.
«Ogni volta che mi trovo di fronte un gambler - racconta Luca - devo adattarmi immediatamente a lui. C’è quello chiacchierone e quello silenzioso, c’è il turista ma anche l’esibizionista a cui piace attirare l’attenzione della sala, c’è il giocatore discreto, il maleducato, lo scorretto, il sapientone, l’appassionato e pure il super ricco: ognuno va trattato diversamente». Un modo per prevenire scocciature e poter gestire chiunque evitando caos o contrattempi, anche se comunque, all’interno di ogni casinò, tutto è controllato: «Attraverso un programma particolare, all’entrata, viene effettuato il riconoscimento biometrico a ogni cliente: la direzione può conoscere gli spostamenti di ognuno e poi, grazie a microfoni super-sofisticati, può sentire ogni parola in tutte le sale.
Inoltre sappiamo dove sono le carte e le fiches in qualsiasi momento perché al loro interno hanno dei microchip».
PAUSA SIGARETTA Sono le 21 e inizia il turno di Luca, che parte al blackjack («Qualcuno pensa che il banco debba prendere delle decisioni, la realtà invece è che seguo solo delle regole precise»), ma il tavolo per ora è vuoto perché è ora di cena e molti sono al ristorante. Dopo mezzora, pausa. «Solitamente la facciamo alla fine di 45 minuti di lavoro. Serve per riprendersi, riposarsi, isolarci e restare concentrati. Possiamo stare in una sala tv, in cui distenderci o fumare, possiamo andare alla mensa a mangiare qualcosa - io però ceno sempre prima, a casa - oppure in una saletta relax per giocare a scacchi o dama».
Dopo il blackjack, Luca passa alla roulette. E il clima si surriscalda, il tavolo si riempie. C’è chi urla, chi sussurra, chi distrae, chi dà ordini («La cosa più complicata è restare concentrati malgrado il caos e fare velocemente i conteggi») e lui, sempre con il sorriso, sistema le fiches (ogni giocatore ha un colore tutto suo per evitare discussioni), cambia soldi, ascolta, punta, blocca le giocate, lancia la maledetta pallina e, infine, fa calcoli rapidissimi e paga. Senza scomporsi. Anche quando, un tizio vestito come se fosse appena salito da una spiaggia di Riccione, prova a fare una puntata gettando contanti e urlando «sul 17» dopo il fatidico “Rien ne va plus”, che in realtà qui vien detto in italiano con un semplice “Il gioco è chiuso”.
«In tantissimi si avventano sul tavolo all’ultimo momento, o comunque solo dopo che ho lanciato la pallina, perché pensano che possa condizionare l’uscita del numero in base alle giocate già piazzate: quanta ignoranza. Tanti ci vedono come “demoni del gioco”, ma la nostra è una professione artistica e a contatto col denaro e le persone, servono capacità di logica, concentrazione, abilità manuale, una diplomazia estrema e resistenza allo stress».
LO SPACCONE Ecco perché, dopo un’ora di tavolo, arriva la seconda pausa («Un po’ di acqua e una sigaretta») prima di un altro turno al blackjack. Dove, questa volta, ci sono molti giocatori tra cui un signore anziano, ben vestito, dallo sguardo saccente. Il quale, ad un certo punto, decide a sorpresa di chiedere ancora «carta» e, così, rischiare senza motivo. Ma vince. Poi guarda Luca: «Sa perché ho fatto in questo modo? Perché c’è nel libro».
«Scusi, quale libro?» chiede il croupier incuriosito. «Quello che ho scritto io sul blackjack», risponde il gambler dandosi un tono (tra le risatine dei presenti) e lasciando un gettone con supponenza.
Che Luca prende e toc toc, batte sul tavolo prima di infilarlo nella fessura alla sua destra e annunciare ad alta voce: «Manciaaa».
Già, le mance. Sono frequenti e vengono sempre divise tra tutti i dipendenti in base all’anzianità. «Io prendo circa 250 franchi al mese e il mio casinò in totale arriva a 1 milione e mezzo di extra, ma in altri posti le cifre sono anche molto più elevate. In Costa Azzurra, per esempio, alcuni croupier, solo di mance, guadagnano una media di 5mila euro al mese con punte di 28mila in agosto. Il giocatore più generoso che ho visto?
Un arabo che lanciava fiches a tutti, visto quanto stava vincendo».
Nel frattempo si è fatta mezzanotte e Luca si prende altri 15 minuti di pausa, poi torna alla roulette e va a gestire quella vicino all’ingresso, che è la più affollata. Un signore anziano - accompagnato da una giovane moglie scollata che segue ogni suo movimento se ne sta seduto in un angolo e non parta mai. Si fa capire a gesti e non allunga nemmeno la mano per le giocate. «È uno dei tanti scaramantici. Si fissano che una tal sedia sia fortunata e non la mollano per niente al mondo. Altri, invece, si inventano i gesti più strani come tirare in aria incenso, oppure c’è chi si convince che qualcuno porti male e glielo fa capire anche maleducatamente». La seggiola dell’anziano funziona e, con una puntata mista, l’uomo incassa 1600 euro. A suo fianco, invece, c’è un arabo serissimo. «Ha fatto sempre la stessa giocata che veniva pagata 8, poi ha cambiato e non mi sono accorto. Dovevo pagare 11 e gli ho dato 8. Subito dopo, per fortuna, ho realizzato dell’errore», spiega il croupier. In questi casi deve intervenire l’ispettore, che è seduto su uno sgabello rialzato e controlla la regolarità dei tavoli. Saputo del problema, telefona alla sala registrazioni come se fosse il Var del calcio - e chiede di ricontrollare i video. Poi dà l’ok per pagare.
Sbagli, ma anche tante situazioni assurde, ridicole, impensabili. «Quelli della security, quando vedono qualcosa di buffo, ci girano le riprese.
La più clamorosa? Un cliente che si mangia la pallina, guardi qui». Un uomo di colore è seduto al tavolo e sorseggia una birra in bottiglia, la croupier lancia la pallina che salta male, dentro la roulette, e rimbalza direttamente addosso al giocatore. Il quale la prende al volo e, con grande disinvoltura, la mette in bocca e la ingoia. Da non credere. «Anche per quanto riguarda gli imbroglioni - ce ne sono più di 23mila in Europa, tra cui tantissimi italiani, che sono schedati e in black list - si raccontano storie strepitose. Un tizio a Bruxelles, per esempio, approfittando dell’apertura del nuovo casinò con procedure di sicurezza ancora da oliare, si è presentato travestito con barba finta e parrucca.
Ovviamente è stato riconosciuto subito».
IL TIPICO FANTOZZI Sì, c’è davvero di tutto ai tavoli. Anche chi, evidentemente poco pratico del casinò, fa figuracce fantozziane. Come quel giornalista, goffamente elegante, che chiede di cambiare 100 euro in contanti e li porge a Luca, il quale quasi scandalizzato scuote la testa: «No, mi scusi, li lasci sul tavolo». Poi il maldestro sposta la fiche di un altro giocatore e viene ripreso dall’ispettore («Che fa? Deve mettere il suo gettone sopra l’altro, non può toccarlo») e infine, dopo aver vinto (la fortuna del principiante) con un pieno sul numero “20” (puntata da 5 euro, bottino di 175 euro), se ne va orgoglioso, ma portandosi via le fiche del tavolo. E venendo così richiamato pubblicamente. «Sa perché non ho potuto prendere in mano i soldi?
spiega poi Luca - Perché non possiamo assolutamente avere contatti diretti con nessun gambler e nemmeno tra di noi. Le mani devono sempre essere visibili alle telecamere: veniamo regolarmente controllati perché ogni tanto capita che sia proprio il croupier a provare a rubare. Alcuni sono stati smascherati mentre passavano i gettoni ad un amico gettandoli nel suo cocktail, altri li facevano cadere per terra attraverso una stecca nella gamba dei pantaloni».
ASSALTO CINESE Luca fa un’altra pausa e passa al blackjack, che questa volta - forse anche perché nel frattempo sono quasi le 2 di notte - è animato da tre amici che cambiano 100 euro a testa e si divertono tra battutine e sfottò. Poi altro stop e, infine, ultimo turno a puntobanco, una variante del tradizionale baccarat. Gioco che esalta soprattutto gli orientali, assiepati al tavolo e rumorosissimi: ad ogni scommessa un urlo, poi applausi, risate e puntate da ricchi. «Al casinò c’è gente che si gioca i soldi della spesa, i risparmi, lo stipendio.
Per questo motivo c’è un controllo finanziario rigido sui giocatori: quando superano i 1.500 euro di cambio, di solito, vengono chieste spiegazioni e documentazione. Se non ci sono fondi di garanzia vengono segnalati alle autorità e devono uscire, altrimenti per la proprietà c’è l’accusa di riciclaggio. Siamo preparati grazie a corsi formativi continui e tra i nostri compiti c’è anche quello di controllare i giocatori problematici: interveniamo subito ai primi segnali di allarme se li vediamo nervosi, se vanno al bancomat con frequenza, se sono vestiti male: spesso, poi, vengono bannati».
Sono ormai le 4 di mattina e il casinò è quasi vuoto (durante la settimana la chiusura è alle 5, nei week end alle 7).
Luca fa l’ultima pausa e poi stacca, passa dagli spogliatoi, riprende il suo abituale look da rapper e via, si riparte per Milano. «Allora, si è divertito?
Ormai ha scoperto tutti i segreti del nostro mestiere», commenta all’arrivo, sorridendo e allungando la mano per i saluti. E subito dopo le dita - puf puf - si sfiorano tra loro come per spolverarsi.




