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Per solidarietà con la Flotilla i sindacati vogliono bloccare tutto

La Cub e altre quattro sigle si mobilitano per la Palestina e le barche pro-Pal: "I lavoratori stanno pagando un prezzo altissimo per la guerra. Stati Uniti e Israele i veri Stati canaglia"
di Tommaso Montesanovenerdì 29 maggio 2026
Per solidarietà con la Flotilla i sindacati vogliono bloccare tutto

3' di lettura

Walter Montagnoli è il segretario nazionale della Confederazione unitaria di base (Cub). È lui che sui canali social del sindacato spiega perché oggi ci sarà il tentativo di bloccare l’Italia con uno sciopero generale di 24 ore (iniziato ieri sera con le serrate nel trasporto ferroviario). All’inizio del video le rivendicazioni sono quelle classiche: «Per la situazione economica dei lavoratori, i salari, l’attacco che portano i padroni, la difesa dell’occupazione, la difesa delle pensioni, la sicurezza sul lavoro».

Poi il discorso vira sul vero obiettivo della «mobilitazione generale»: la presunta «economia di guerra» che il governo di Giorgia Meloni si guarda bene dall’ammettere. «I lavoratori stanno pagando un prezzo altissimo», dice il dirigente della Cub, per colpa di un conflitto scatenato da «Stati Uniti e Israele, che sono i veri Stati canaglia con i quali ci dobbiamo confrontare e dai quali ci dobbiamo guardare». I soldi, scandisce, «si stanno spendendo per le armi» invece che per contrastare la precarietà e le altre emergenze sociali.

I SETTORI INTERESSATI

Saranno coinvolti dallo stop aeroporti, ferrovie, e in alcune città il trasporto pubblico locale. Oltre a sanità e scuola, settori in cui le sigle che hanno proclamato l’agitazione - a fianco del Cub ci sono Sgb; Adl Varese; Si Cobas; Usi; Usi Cit - prevedono la maggiore adesione. Cortei e presidi sono in programma a Roma, Napoli, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Savona, Milano, Bergamo, Trento, Padova, La Spezia, Livorno, Catania e Palermo. Previste anche iniziative davanti ad alcune fabbriche e sedi della logistica.

La piattaforma di rivendicazione dell’agitazione si è concretizzata in un “Report Cub lavoro 2026” nel quale il sindacato ricostruisce il legame «tra salari impoveriti, precarietà, appalti, morti sul lavoro, welfare smantellato ed economia di guerra». C’è un limite, però, ed è la «complicità con il genocidio a Gaza».

Eccola, la “questione palestinese” in nome della quale i sindacati promettono battaglia. «La Palestina», sostiene la Cub, «è il punto in cui guerra, colonialismo, razzismo, diritto internazionale, industria militare, logistica, energia, welfare e libertà democratiche si intrecciano nella forma più brutale». E la Global Sumud Flotilla è il buon esempio da seguire. «Ha cercato di rompere l’assedio» e «portare aiuti alla popolazione palestinese. La risposta israeliana è stata un atto di «pirateria di Stato»; una «violazione grave del diritto internazionale e un atto di guerra contro la solidarietà civile».

La settimana scorsa i militanti del sindacato si erano ritrovati in piazza della Scala, da loro ribattezzata “piazza Gaza”, per un flash mob dedicato alla Flotilla. «Sulla stessa barca», lo slogan di convocazione: «Unisciti a noi! Vieni e mettiti nella posizione rannicchiata con le mani dietro la schiena».

Come conseguenza, nel documento sullo sciopero di oggi c’è anche spazio per il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, il responsabile dell’«umiliazione pubblica, i fermi, i trattamenti degradanti subiti in acque internazionali dagli attivisti». Cosa c’entri il titolare della sicurezza di Benjamin Netanyahu con le «piazze del 29 maggio» è un mistero. Tant’è: nella nota che accompagna il documento i sindacati chiedono che l’«abuso» di Ben-Gvir sia accertato «in modo indipendente lontano da ogni logica di Stato». Non solo: nel calderone finiscono anche «le politiche aggressive degli Stati Uniti verso Venezuela, Cuba e Iran». Così c’è spazio anche per «la solidarietà al popolo cubano», considerato il prossimo bersaglio dell’“asse del male”.

APPELLO ALLA LOTTA

Che la Flotilla e l’onda Pro-Pal siano la motivazione principale della protesta lo conferma il Sindacato generale di base, una delle altre sigle che ha proclamato lo sciopero. In un post di quattro giorni fa sui social, Sgb ha pubblicato un manifesto nel quale è esplicitato il «no alle guerre e all’economia di guerra», il «sì all’interruzione di ogni rapporto commerciale e politico con Israele», la denuncia del «genocidio in atto del popolo palestinese e libanese». Già, il Libano: l’agenda geopolitica si allarga.