Mentre Giuseppe Conte continua a ripetere che, durante la pandemia, i controlli sulle mascherine furono rafforzati, dagli archivi dell’Agenzia delle Dogane spunta un documento che racconta una storia diversa, e più imbarazzante. Non parla di sequestri, strette o verifiche più severe. Fa qualcosa di molto più sorprendente: spiega come recuperare perfino mascherine con marchio Ce non valido, declassandole a semplici “generiche” solo se anche Inail e Iss giurano che sono schifezze.
Una procedura scritta nero su bianco che, invece di chiudere la porta ai prodotti pericolosi, sembra lasciare aperta una via d’uscita. E non è un dettaglio da poco. Perché quando di mezzo c’è un dispositivo destinato a coprire naso e bocca nel pieno di una pandemia, il confine tra cavillo e salute pubblica diventa sottilissimo. La guida operativa distribuita agli uffici doganali è precisa. Se una mascherina chirurgica oppure una FFP2 o una FFP3 arriva in Italia senza un marchio Ce valido, non può essere messa subito in commercio. Serve il vaglio dell’Istituto Superiore di Sanità oppure dell’Inail, a seconda della categoria del prodotto. E già qui la Dogana dovrebbe inviare in Procura una notizia di reato sequestrando la merce perché nessuna deroga era prevista per le marcature farlocche. Ma il meccanismo sembrerebbe pure filare (in emergenza). È il passaggio successivo che lascia senza parole. Se quella validazione non arriva, infatti, la merce, che fa schifo, non prende automaticamente la strada del macero.
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Le Dogane prevedono un’altra possibilità: il declassamento a mascherina generica. La distruzione scatta soltanto quando il “finto marchio Ce” è impresso sul tessuto e non può essere eliminato sostituendo confezione o etichetta. Se invece quella marcatura può sparire, il prodotto cambia categoria e può proseguire il suo percorso come semplice “generica”. È scritto proprio così. E l’espressione utilizzata è inequivocabile: “finto marchio CE”. È come se vi sorprendessero alla guida di un’auto senza patente e i poliziotti, invece di portarvi in commissariato, vi dessero un foglio di carta in cui la macchina viene declassata a bicicletta, e vi consentissero di continuare a scorrazzare per strada. Non solo non viene denunciato l’importatore che la fa franca per avere tentato di ingannare la Dogana ed i consumatori, ma gli ridanno la merce. È qui che il racconto dei controlli granitici di Conte e dell’ex commissario straordinario, Domenico Arcuri, scricchiola. Perché un conto è impedire che un dispositivo con certificazione irregolare raggiunga il mercato.
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Giuseppe Conte si è detto ancora pronto a dimettersi dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid non...Un altro è individuare una procedura che consenta comunque di recuperarlo. È un passaggio amministrativo, certo. Ma gli effetti pratici sono tutt’altro che marginali. Tra l’altro le mascherine di Arcuri e del consorzio cinese con le marcature farlocche sono riuscite a passare proprio così: per una “invenzione” delle Dogane. E la contestazione diventa inevitabile appena si sposta lo sguardo dalla Dogana alla salute. Che cosa significa indossare una mascherina con un marchio Ce falso e senza una certificazione idonea? Significa, prima di tutto, che nessuno può dire con certezza se quel dispositivo abbia superato le prove previste dalla normativa europea. Capacità filtrante, respirabilità, aderenza al volto, sicurezza dei materiali: sono proprio questi i controlli che distinguono un dispositivo certificato da uno che certificato non è. Se quel percorso manca, resta soltanto una promessa stampata su una confezione. E c’è di più. Durante la pandemia sono finiti sotto sequestro lotti di mascherine prodotti con tessuti non filtranti, materiali industriali destinati ad altri impieghi e componenti potenzialmente irritanti e a volte anche con colibacilli fecali. Nessuno sostiene che ogni mascherina declassata appartenesse a quella categoria. Sarebbe scorretto dirlo.
Il punto è un altro: senza una certificazione valida viene meno l’unica garanzia oggettiva che quel prodotto sia stato davvero sottoposto ai controlli previsti e soprattutto non protegge. È proprio questa incertezza ad alimentare il rischio, peraltro su invito di chi quei controlli è preposto a farli: l’ufficio delle Dogane.
La certificazione Ce, infatti, non è un bollino ornamentale. È il risultato di prove tecniche, verifiche documentali e controlli sulla produzione. Toglierla dal ragionamento significa trasformare una garanzia in un atto di fiducia. E quando quella fiducia riguarda un dispositivo destinato a proteggere le vie respiratorie di milioni di persone, la differenza c’è.
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Il documento delle Dogane, allora dirette da Marcello Minenna, assume ancora più valore se letto insieme agli altri atti già emersi nell’inchiesta. Il 29 aprile 2020 la stessa Agenzia trasmette agli uffici italiani la nuova normativa introdotta dal governo cinese. Dentro quella circolare c’è tutto: il collegamento diretto alla white list delle aziende autorizzate a esportare mascherine e perfino alla black list dei produttori finiti sotto osservazione.
Tradotto: gli strumenti per distinguere chi era affidabile da chi non lo era esistevano, erano pubblici e arrivarono sui tavoli degli uffici doganali. E la direzione delle Dogane del Lazio lo aveva messo nero su bianco che i warning di Pechino partivano già dal 23 marzo A differenza della narrazione offerta dai guardaspalle di Conte, la vera storia è assai diversa da quella propagandata: da una parte Pechino stringe le maglie, selezionai produttori, esclude chi non offre garanzie e mette online gli elenchi ufficiali. Dall’altra, nello stesso periodo, una guida operativa italiana disegna il percorso per recuperare prodotti arrivati con un marchio Ce non valido attraverso il loro declassamento a mascherine generiche se dichiarate schifose anche da Inail e Iss. Due fotografie scattate negli stessi giorni. È difficile non vedere il cortocircuito. E la domanda, a sei anni di distanza, resta sempre la stessa: era davvero questo il modo migliore per proteggere la salute degli italiani?




