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La brutta fine dei no global

di Corrado Oconelunedì 20 luglio 2026
La brutta fine dei no global

2' di lettura

L’occasione era troppo ghiotta per il popolo dei manifestanti in servizio permanente effettivo per lasciarsela sfuggire: studenti, attivisti, centri sociali, in questo caso anche qualche “reduce”, sono scesi compatti in piazza ieri a Genova per la manifestazione nazionale in ricordo del G8 di 25 anni fa e dei drammatici accadimenti di cui la cittadina ligure fu allora teatro. Quando si tratta di dare addosso allo “Stato fascista”, ai poliziotti sotto tensione che certamente sbagliarono e che hanno pagato per i loro errori, ogni occasione è buona. «Siamo tutti Carlo Giuliani», lo slogan ascoltato ieri, è del tutto intercambiabile con «no al riarmo», «Palestina libera», e via snocciolando tutto il consolidato repertorio.

Di fianco al cippo in onore di Giuliani, anche due piccoli estintori. Lo striscione di apertura era contro Trump e Vannacci, i nemici di oggi, che fanno il paio con i Bush e i Berlusconi di allora. Eppure, se solo i manifestanti avessero riflettuto un po’, si sarebbero accorti che quel filo di continuità che vedono fra il passato e il presente non c’è. E che anzi, per uno di quei paradossi che la storia sa porci, oggi, in un mondo del tutto cambiato, sono proprio gli odiati “sovranisti” a portare avanti l’agenda “no global” che era propria dei movimenti di contestazione che a Seattle nel 1999 e poi a Genova in quel tragico 2001 si erano così massicciamente mobilitati. Nel mirino dei no global c’era proprio quella globalizzazione che celebrava allora i suoi fasti, sotto la guida solo apparentemente “neutrale” delle grandi organizzazioni sovranazionali del commercio e della finanza, con il divorzio fra le élite cosmopolite e il vasto popolo degli esclusi e dei dimenticati, con l’aumento delle diseguaglianze e lo smantellamento progressivo dello stato sociale.

Quel movimento, non certo pacifico in molte sue frange, come pure oggi si tende a dipingerlo, andò spegnendosi rapidamente negli anni successivi. D’altronde, come si poteva pensare che gli indubbi problemi che esso sollevava e i bisogni di cui si faceva espressione potessero essere risolti con quel mix di post -marxismo e pauperismo sociale che i suoi teorici (da Naomi Klein a Noam Chomsky a Vandana Shiva) avevano individuato? Persosi nelle secche del movimentismo fine a sé stesso e del wokismo rivelatosi strumentale allo stesso sistema di potere che ha in mano le redini del mondo (che ne ha presto assimilato le istanze), il movimento ha lasciato l’eredità della critica dei processi di globalizzazione a chi meno si sarebbe immaginato. In una sorta di contrappasso o nemesi storica. La sfida alla globalizzazione è stata raccolta a destra, certo con non poche contraddizioni ma in modo certamente più incisivo. I dimenticati dalla storia sono corsi fra le braccia proprio di quel Trump che con George W. Bush nulla ha a che vedere.