Trenta grammi di noce di kola, dieci grammi di foglie di coca boliviana e un litro di miscela alcolica. La formula era lì, sopra un foglietto pubblicitario ingiallito, sepolto da più di un secolo nell’archivio dell’antica farmacia del convento di San Marco, a Firenze. Bastavano quelle tre righe per promettere sollievo dalla stanchezza fisica e mentale, dal mal di testa, dalle debolezze dell’età e perfino dalle «fatiche straordinarie». Oggi bastano a suggerire una storia ancora più sorprendente: la Coca-Cola potrebbe avere avuto un’antenata fiorentina e domenicana.
A trovare il documento è stato padre Manuel Russo, rettore del convento, mentre riordinava le carte della farmacia affacciata su via Cavour. Tra inventari, formule e vecchie réclame è comparsa la pubblicità dell’«Elixir vinoso ricostituente», uno dei prodotti che nella prima mettà dell’Ottocento uscivano dal laboratorio dei frati. Russo ha proseguito la ricerca e ha scoperto che quel tonico figurava tra i preparati più richiesti dalla clientela. Un piccolo successo commerciale costruito attorno a due ingredienti arrivati da mondi lontanissimi: la coca dall’America meridionale e i semi del cola (kola), un albero, ritenuti energizzanti dall’Africa.
"Coca Cola, ecco la ricetta segreta: il video, un terremoto
"Ho decifrato la ricetta della Coca Cola con l’aiuto della spettrometria di massa e ho creato una replica chi...A trasportarli fino a Firenze potrebbero essere stati i missionari, anelli di una rete capace di far viaggiare insieme piante, rimedi e conoscenze. Nelle spezierie conventuali le erbe esotiche finivano accanto a quelle coltivate negli orti dei frati e diventavano sciroppi, acque, liquori, balsami. La farmacia di San Marco aveva cominciato a servire il pubblico già nel 1450, grazie all’iniziativa di frate Antonino e al sostegno di Cosimo de’ Medici. Nei secoli avrebbe conquistato fama con l’alchermes apprezzato da Lorenzo il Magnifico, l’acqua antisterica, l’elisir stomatico e l’acqua di rose.
Era farmacia, laboratorio e perfino cenacolo di artisti e intellettuali. Tra armadi di legno, vasi di ceramica e cassetti con i nomi delle erbe scritti a mano, l’elisir alla coca e alla kola entrò nella farmacopea dei domenicani. La sua pubblicità si rivolgeva a chi cercava energia, lucidità e sollievo. I tonici si acquistavano in farmacia e promettevano di rimettere in ordine nervi, digestione e umore. Qualche anno più tardi, dall’altra parte dell’Atlantico, John Stith Pemberton lavorava sugli stessi ingredienti. Farmacista di Atlanta, aveva elaborato il «French Wine Coca», un vino medicinale ispirato al celebre Vin Mariani francese. Dentro c’erano estratti di foglie di coca, vino e noce di kola.
Pemberton lo presentava come un tonico capace di favorire la digestione, sostenere il sistema nervoso e restituire energia. Nel 1885 la bevanda era già popolare nel Sud degli Stati Uniti. Poi Atlanta approvò il proibizionismo e il vino diventò un problema. Pemberton sostituì la parte alcolica con uno sciroppo zuccherato e mise a punto una nuova versione. L’8 maggio 1886 portò una brocca di sciroppo alla Jacobs’ Pharmacy, dove venne mescolato con acqua gassata e venduto a cinque centesimi il bicchiere. Il contabile Frank Robinson suggerì il nome Coca-Cola, convinto che le due C avrebbero funzionato bene nella pubblicità, e tracciò a mano la scritta destinata a diventare uno dei marchi più riconoscibili del pianeta. Nel primo anno se ne vendevano in media appena nove bicchieri al giorno.
È qui che il foglietto di San Marco acquista il suo fascino. L’elisir dei domenicani precede il prodotto americano e accosta coca e kola dentro una base alcolica, proprio come il French Wine Coca. Le dosi fiorentine sono annotate con precisione e coincidono con quelle americane ma manca il passaggio decisivo: una lettera, un catalogo arrivato negli Stati Uniti, un intermediario, una testimonianza capace di documentare la circolazione della ricetta. Pemberton morì nel 1888, quando il futuro impero era ancora una piccola attività. La farmacia di San Marco proseguì invece fino al Novecento. Nei suoi antichi locali sono rimasti gli arredi seicenteschi, la sala detta del «Coccodrillo» e la memoria di secoli trascorsi a mescolare scienza, erboristeria e commercio.
Ora da quell’archivio riaffiora un elisir dimenticato. Il suo sapore resta affidato all’immaginazione, la formula invece è sopravvissuta. Ha attraversato il tempo su un foglio pubblicitario, insieme alla promessa di alleviare stanchezza e mal di testa. Per ora la Coca-Cola conserva il suo certificato di nascita americano. Nel suo albero genealogico, però, è comparso un ramo con il saio bianco e nero dei domenicani italiani. O meglio fiorentini.




