«Cinquecento euro per un metro quadro di moschea e Allah ti costruisce un posto in Paradiso». È questo il senso di un volantino giunto in nostro possesso e indirizzato alla comunità islamica veneziana per la costruzione della moschea a Mestre. Quella per cui, ora, quarantamila bengalesi minacciano di bloccare la città, se la moschea non dovesse essere costruita.
Francamente, ancora, non comprendiamo il motivo che induce gli islamici a bloccare tutto. Ci risulta difficile trovare un collegamento tra la libertà di culto e il diritto allo sciopero dal lavoro, e, ieri, dopo aver minacciato l’astensione, hanno tirato in mezzo anche lo Stato laico. Loro, padroni a casa nostra.
«L’Italia è uno Stato laico ha scritto un esponente nei social - e la laicità non significa eliminare la religione dagli spazi della società, né favorire una fede rispetto a un’altra». Il muro contro muro è tra la comunità bengalese e il Comune di Venezia. Sono stati gli islamici ad alzare i toni, arrivando ai ricatti, non il contrario come vorrebbe insinuare qualcuno (leggi Pd).
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La moschea, o meglio quella che loro vorrebbero far diventare tale, è quella di via Giustizia. Un terreno di ottomila metri quadri, comprato dagli islamici per un milione e mezzo di euro. Un’area adibita ad attività produttiva, non a luogo di culto, che loro vorrebbero trasformare in un blocco a tre piani, per un volume di 45 mila metri cubi, di cui oltre la metà riservati alla moschea vera e propria. Che si fossero convinti della realizzazione della monumentale opera, lo si capisce anche dall’operazione di “marketing” che hanno avviato per ottenere fondi. Quel progetto vale almeno venti milioni di euro. Da dove arrivano questi soldi?
In una locandina, con tanto di rendering, si legge: «La grande moschea di Venezia». In basso l’iban. E a lato, una frase che non può lasciare indifferenti: «Chi costruisce una moschea per Allah, Allah costruirà per lui una casa in Paradiso». E ancora: «Un metro quadro di terreno Waqf costo 500 euro». Il Waqf nel diritto islamico è la donazione perpetua. La proprietà viene trasferita simbolicamente ad Allah e non può più essere venduta. Quindi una volta che Allah ne diventa il proprietario, poi voglio vederti a regolare il tutto.
L’europarlamentare Anna Maria Cisint, che sui finanziamenti ha fatto uno studio accurato, ha presentato come Lega una proposta di legge per regolamentare le confessioni prive di intesa con lo Stato, come l’islam: controllo preventivo dei finanziamenti esteri, bilanci pubblici. Per le donazioni, i musulmani si avvalgono anche della Zakat, il balzello obbligatorio per i benestanti di donare, ogni anno, una percentuale fissa dei propri beni e risparmi. A Mestre, per la raccolta fondi, avevano anche dato vita a una fondazione, la Islamic Foundation of Italy. E che qui avessero in mente un progetto così sfarzoso lo si vede anche dalla pagina creata: «Grand Mosque and Islamic Center of Italy», «sotto la supervisione della Fondazione Islamica d’Italia».
Prince Howlader, presidente dell’associazione «Giovani per l’umanità» intestataria dell’iban per la moschea - il 7 marzo scorso davanti ai cancelli di via Giustizia scriveva: «Vogliamo costruire un complesso islamico rispettando le leggi italiane. La nostra intenzione è quella di praticare la religione in maniera pacifica, rendendolo un modello di stile di vita da intraprendere. Dunque non cercate di intimorirci: noi non abbiamo paura di nessuno tranne che di Allah».
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Parole chiare. Il 7 febbraio, pubblicava la sua “gita” alla moschea di Ravenna, chiedendo: «Come si costruisce una moschea in Italia?». E 15 giorni dopo, condivideva un video a Mestre, lanciando il progetto. Un caso? Su questo è proprio la Cisint a intervenire: «Il modello dietro l’ormai ex maxi-moschea di via Giustizia è quello dell’Ucoii: grandi centri islamici sostenuti da finanziamenti esteri, come quelli di Qatar Charity, braccio economico della Fratellanza Musulmana. Ed è lo stesso Prince ad avercelo spiegato quando è andato a Ravenna, nel centro islamico di Ucoii finanziato con centinaia di migliaia di euro provenienti dal Qatar, per capire come «si costruisce una moschea in Italia».
In via Giustizia pretendiamo chiarezza: da dove arrivano i veri fondi? A quali interessi dovranno poi rispondere, a quelli della Fratellanza musulmana? Perché il rischio è che dietro una moschea si nasconda un progetto molto più grande, guidato da organizzazioni estremiste, interessate a costruire in Italia un satellite della teocrazia islamica».




