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Valter Lavitola in lacrime, ma non basta: la ex vuota il sacco (figlia segreta compresa)

di Giacomo Amadorilunedì 14 settembre 2026
Valter Lavitola in lacrime, ma non basta: la ex vuota il sacco (figlia segreta compresa)

7' di lettura

C’è un’altra amante brasiliana dietro alla decisione di Natalia Potenza di raccontare ai magistrati tutti gli altarini dell’ex compagno Valter Lavitola. La quarantasettenne argentina, che aveva aiutato il faccendiere a risollevarsi quando era latitante in Sud America e che, poi, gli ha dato due figli, aveva già perdonato l’«amico fraterno» di Sigfrido Ranucci per un’altra scappatella con una trentacinquenne di Rio de Janeiro: Sirlene de Souza Lima Monsueto.

Nei giorni scorsi della dama carioca si era interessato il sito Mowmag, mentre indagava sugli affari sudamericani di Lavitola e sulla Future awaits, l’azienda con cui il faccendiere era entrato nel settore dei carbon credit. La de Souza compariva nei documenti societari «come segretaria della holding, nominata il 16 aprile 2025, lo stesso giorno in cui Lavitola si dimette da direttore». Anche nell’ordinanza di arresto di Lavitola si fa riferimento alla donna. Il faccendiere la cita, subito dopo aver subito una lunga perquisizione da parte dei carabinieri, con uno dei suoi tanti collaboratori, il brasiliano Ivan (probabilmente Ivan Alves Bonela): «Dobbiamo anche pensare, in questo caso, di valutare realmente l’opzione di vendere la pescheria, dipende, non lo so, non sono lucido in questo momento» dice intercettato. «Non ho la certezza su cosa fare. Perché ora ci sarà il problema di te là, di Sirlene, del negozio, della casa, della pescheria. E se mi arrestano, che faremo? Bisogna vedere come fare. Bisogna comunque vedere cosa fare. L’ipotesi potrebbe essere vendere la pescheria e con quei soldi provare a risollevare il negozio».

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La pescheria, secondo Mow, dovrebbe essere la Bluefish Lagos, l’unica in cui il faccendiere figura ancora come socio e amministratore. Il negozio sarebbe, invece, un’agenzia di cambio valuta a Cabo Frio, un «emporio» che avrebbe avuto come socia Sirlene. Lavitola si è fatto accompagnare dalla donna in alcuni suoi viaggi di lavoro e di svago (per esempio per averla al fianco negli amati safari africani), come confermano le foto recuperate da Mow in Zimbabwe. Nel Continente nero il sessantenne cacciatore, oggi recluso a Rebibbia, secondo alcuni testimoni, presentava la brasiliana come «my wife», mia moglie. Ma, per sfortuna del latin-lover campano, Natalia, un anno fa, scoprì il tradimento del compagno (che lasciò traccia dentro al pc delle sue comunicazioni con Sirlene) e, per questo, decise di metterlo alla porta, intimandogli di restare in Africa e annunciandogli che non avrebbe più rivisto i figli.

Lavitola, apparentemente disperato, rispose con un videomessaggio strappalacrime, in cui supplicava Natalia. «Il problema è che probabilmente purtroppo tu hai ragione su tutto, io non so proprio che cosa dirti» ammetteva tra i singhiozzi l’uomo. «Io avrei voluto vedere crescere i miei figli... non avrei mai immaginato di fare una stronzata del genere [...] sentivo che ti stavo rendendo infelice». Nel filmato Lavitola appare a pezzi: «Tu sei così bella, amore, giovane... ho fatto il pezzo di m... come mio padre [...] la differenza di età è troppa [...] non lo so perché ho fatto una stronzata del genere».

Di fronte a tanta disperazione, la Potenza si fece persuadere e lo perdonò. Ma quando ha scoperto da Libero che, a febbraio di quest’anno, Valter ci era ricascato e aveva iniziato una nuova relazione con tale Adriana, un’estetista brasiliana (per un’argentina è un doppio tradimento) non ci ha più visto. E, assistita dall’avvocato Giuseppe Cavallaro, ha deciso di sbarrargli le porte del Cefalù bistrò e della casa in cui vivevano insieme, rifiutando di fargli scontare lì gli eventuali arresti domiciliari o un lavoro esterno al carcere.

La Potenza, in Procura, a quanto risulta a Libero, ha parlato anche di Sirlene. Ma, durante l’audizione, sarebbe emersa pure un’altra questione, sino a ieri inedita: Lavitola avrebbe a Panama una figlia «segreta» di nome Mile, che avrebbe concepito una quindicina di anni fa durante la sua latitanza. Esisterebbe anche una lettera in cui il faccen diere chiedeva a Natalia di tenere i contatti con la ragazza in Centro-America. Dunque, la testimone argentina ha offerto agli inquirenti una radiografia completa dell’uomo che è stato al suo fianco (si fa per dire) per quasi tre lustri.

Per esempio, ha raccontato che dopo la perquisizione subita il 4 luglio Lavitola sarebbe andato a Napoli a far «ripulire» il suo cellulare da qualche esperto informatico. Una decisione che, secondo la donna, il suo ex compagno potrebbe avere condiviso con Ranucci durante la lunga conversazione telefonica (captata in parte dalle microspie piazzate dagli investigatori) che i due hanno avuto subito dopo la visita dei carabinieri al faccendiere. Ovviamente si tratta di accuse gravi e, al momento, non verificate che adesso i magistrati dovranno riscontrare.

Ma la Potenza ha svelato soprattutto gli affari segreti di Valter. Avrebbe consegnato, per esempio, un accordo di disinvestimento di 180 milioni di euro siglato con la Neutralia srl, una società satellite della Urban vision che aveva deciso di operare nel settore dei carbon credit insieme con Valter e Giuseppe Lavitola, padre e figlio (il giovane lavora per un’altra azienda del gruppo Urban vision). I titolari di Neutralia, Fabio Mazzoni e Gianluca De Marchi, avrebbero deciso di smarcarsi dal costoso business dopo l’esplosione della bomba davanti a casa di Ranucci, quando iniziarono a sentire puzza di bruciato. A occuparsi degli aspetti legali dell’accordo sarebbe stato l’avvocato Giovanni Meliadò, professionista sessantottenne di origine calabrese. Il suo studio è specializzato in diritto societario e ha due sedi di rappresentanza a Sofia (Bulgaria) e Astana (Kazakhstan). Sempre Meliadò avrebbe seguito, come consulente dell’«intermediario» Lavitola (questo era il ruolo ufficiale), le fasi finali della vendita, avvenuta a giugno, al prezzo di 2,27 milioni di euro, di una tenuta agricola di 1.000 ettari in Provincia di Siena. Un podere che adesso un’azienda costruttrice di Bergamo dedicherà alla «luxury hospitality».«L’affare non si sbloccava e per questo Lavitola mi ha chiesto una cortesia. Sono intervenuto nell’ultimo mese della trattativa» ci spiega Meliadò.

L’avvocato nega di aver mai ricevuto pagamenti destinati a Lavitola: «Valter è mio amico da 25 anni, da quando gli seguivo delle cause per L’Avanti!, ma ho ripreso a occuparmi delle sue cose solo recentemente». Quindi non ha perfezionato altri contratti riconducibili a lui? «Non ci sono contratti veri, ci sono bozze, ipotesi, niente che possa avere portato a dei pagamenti».
Il legale rimarca questo punto perché, se ci fossero stati dei passaggi di denaro a favore del faccendiere, i professionisti coinvolti avrebbero dovuto segnalarli all’Antiriciclaggio, visti i precedenti penali dell’uomo e la confisca ai suoi danni da parte dello Stato di 12 milioni (mai recuperati).

Facciamo notare a Meliadò che Lavitola ha fatto da intermediario della vendita da oltre 2,27 milioni di euro e che quindi almeno quel versamento ci dovrebbe essere stato. Ma il legale ci spiazza: «Chi ha detto che Valter è stato pagato?». Cioè il faccendiere faceva il consulente solo per la gloria? «Nessuno fa niente per niente. Però ci sono contratti che sono rispettati e altri che non lo sono, ma non posso violare il segreto professionale. Probabilmente quello che è successo al dottor Lavitola ha bloccato tutto. Io, comunque, non sto dietro ai pagamenti di Valter, che è grande, grosso e vaccinato».

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Secondo la Potenza la società venditrice dei terreni, la Mansfield brown limited, avrebbe come socio occulto proprio Lavitola. Ma Meliadò ci assicura che lui della Mansfield conosce solo il procuratore speciale, un altro legale e vecchio amico di Lavitola, l’ex europarlamentare Alfonso Luigi Marra. «Io sono entrato in questa vicenda a maggio di quest'anno perché Marra e la Deloitte (l’advisor dell’acquirente, ndr) si erano arenati e Valter mi ha pregato di intervenire e di tirare fuori un’idea, una clausola; l’ho trovata e l’affare si è concluso» ricorda Meliadò.

A questo punto domandiamo all’avvocato se abbia messo a punto contratti riconducibili a società estere di Lavitola: «Ma no, anche perché Valter molte volte se li preparava da solo con Chatgpt» è la risposta. Il legale conferma che «il rapporto d’amicizia con Lavitola è pluriennale» e ci informa di essere stato consulente anche della Neutralia e del figlio del faccendiere, Giuseppe. «È bravissimo. Ho fatto consulenze contrattuali per Neutralia, tutto ufficiale. Ma non c’entra niente Valter. Avevano un’iniziativa molto interessante (nel settore dei carbon credit, ndr) e adesso il mio contratto si è esaurito».

Chiediamo conferma dell’accordo di disinvestimento monstre siglato tra Lavitola e Neutralia, ma Meliadò fa un po’ di melina: «Non so che cosa intenda lei per disinvestimento. Il 90 per cento delle cose le seguiva Valter da solo o il figlio, che è bravo...». Poi si limita ad ammettere di avere seguito queste trattative solo «marginalmente». Per la Potenza, e anche per gli inquirenti, Lavitola dentro a Neutralia sarebbe stato ben più di una comparsa. Meliadò quando ha iniziato a lavorare con questa azienda? Al nostro quesito l’avvocato risponde ridimensionando il proprio impegno: «Cinque o sei mesi fa, ma per una consulenza molto piccola, limitata a delle sciocchezze...». Infine, il professionista prende le distanze da Lavitola: «Mi dispiace che abbia fatto ‘sto casino. Se lo avessi davanti lo prenderei a schiaffi».

Ieri abbiamo sentito al telefono anche il presunto direttore della Mansfield, Genesio C., il quale ha ammesso che il suo non è un «posto di lavoro» e che non percepisce alcun emolumento. Ma, poi, precisa: «So che ci sono state delle indagini, che è venuta la Guardia di finanza e che hanno fatto delle rateizzazioni. Quindi non è una società finta». Peccato che il direttore non sappia chi sia il proprietario della ditta e non sia nemmeno stato informato della vendita di un asset aziendale da 2,27 milioni di euro, un bel gruzzolo per una società che, nel 2025, ha dichiarato un patrimonio netto del valore di un milione di euro.

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