Le nuove analisi scientifiche sul caso di Liliana Resinovich, trovata morta il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, hanno fornito ulteriori elementi alle indagini, ma alcuni reperti restano ancora senza un’identificazione certa.
Una perizia genetica aveva individuato tracce di DNA maschile appartenente a un uomo inizialmente sconosciuto su uno dei sacchi neri utilizzati per avvolgere il corpo e sui jeans della donna. Tuttavia, una comparazione effettuata dalla polizia scientifica ha stabilito che il DNA appartiene a un operatore che, il 28 luglio 2023, aveva maneggiato quei reperti durante alcuni accertamenti. La presenza di queste tracce sarebbe quindi riconducibile alle attività investigative.
Ulteriori risultati arrivano dalla perizia dattiloscopica disposta dalla giudice per le indagini preliminari di Trieste. Quattro tracce individuate sui sacchi neri presentano caratteristiche simili e potrebbero essere state prodotte dal contatto con lo stesso tessuto. Il confronto con le impronte sperimentali ricavate dal guanto da lavoro nero, rinvenuto a pochi metri dal cadavere, ha evidenziato lievi corrispondenze morfologiche e dimensionali. Secondo gli esperti, gli elementi raccolti offrono un supporto moderato all’ipotesi che le tracce siano state lasciate proprio dal guanto.
Restano invece senza un’identificazione la traccia di DNA maschile trovata sul cordino che teneva unite le chiavi di Liliana e il capello rinvenuto sulla sua maglia.
Per l’omicidio è indagato il marito, Sebastiano Visintin, convocato in Procura il 2 ottobre. Durante l’interrogatorio, alla presenza dei suoi avvocati, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. I nuovi risultati scientifici saranno esaminati nell’udienza fissata per il 30 ottobre, nell’ambito di un’inchiesta che cerca ancora di chiarire le circostanze della morte della donna.




