«Bisogna intervenire sui cattivi maestri che gli fanno il lavaggio cervello e li indottrinano a odiare un Paese nel quale hanno trovato benessere, istruzione e diritti... tra l’altro una manifestazione come quella di Milano non potrebbe accadere in Marocco, non sarebbe tollerata». I vescovi cattolici dovrebbero imparare da queste parole di Federico Rampini invece di rilasciare le solite fumose dichiarazioni buoniste ricalcate su quelle del Pd. Per capire davvero cos’è successo bisogna leggere questa cronaca del Corriere della sera: «“Tra sabato e domenica ci hanno aggiunto a una chat Telegram. Si chiamava 17 ottobre qualcosa...”. Chi vi ha aggiunto? “Non ho idea”. Cosa dicevano? “Di andare in manifestazione perché costa tutto troppo. Poi hanno iniziato a postare altri messaggi. Dovevamo solo andare in Duomo perché loro rompevano le vetrine e noi potevamo prendere le scarpe Nike e le felpe e anche le biciclette da Decathlon”».
È la testimonianza di un giovane, «vent’anni, egiziano, a Milano fin da bambino, di giorno muratore, iscritto al Politecnico». In tanti, anche adolescenti, hanno ricevuto lo stesso invito e ci sono cascati. Mettendosi nei guai. Sembra la pagina di Pinocchio in cui Lucignolo organizza la spedizione verso il “paese dei balocchi”: doveva essere una cuccagna, ma si rivelò un disastro. A portarli nel baratro fu l’“omino di burro”, il conducente “tenero e untuoso” del carro che aveva “una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto”. Chi ha lanciato certi messaggi nelle chat evidentemente voleva usare quei ragazzi, inconsapevoli e senza punti di riferimento, come massa d’urto per la rivolta sociale che è stata progettata. C’è infatti chi rimesta nel torbido per produrre, con la guerriglia urbana, una destabilizzazione sociale e politica. Alcune frange estremiste hanno intuito (forse al tempo delle manifestazione su Gaza?) che c’è un mondo giovanile allo sbando - in parte seconde generazioni e in parte di ragazzi risucchiati nel nichilismo social - che può essere strumentalizzato come massa d’urto. Bisogna individuare e fermare questi burattinai.
Poi c’è un problema educativo colossale, una voragine culturale in cui rischia di franare il Paese. Anzitutto riguarda il dibattito pubblico e il modo in cui la sinistra politica, mediatica, intellettuale ed episcopale ha affrontato le manifestazioni di questi giorni in vari Paesi. Luca Ricolfi ha dichiarato: «È il solito meccanismo di proiezione: dietro la violenza altrui si pretende di vedere le buone ragioni della propria parte politica. Il mondo progressista non ce la fa a condannare la violenza senza se e senza ma». Il Campo largo dovrebbe ascoltare voci come quelle di Ricolfi e Rampini, che sono culturalmente di sinistra. Come Massimo Recalcati il quale ha parlato con altrettanta chiarezza e durezza. “Comprendere” davvero i giovani che si sono fatti trascinare nella guerriglia urbana significa riconoscere che non hanno neanche le coordinate della realtà. Devono capire che il mondo non è un videogioco e – al contrario di ciò che recepiscono dalla mentalità dominante - esistono il Bene e il Male, ovvero le leggi e i divieti. E, se commetti un reato e fai danno ad altri, paghi il conto.
Il secondo pilastro educativo fondamentale è questo: esistono diritti e doveri. Diversamente dall’ideologia dominante di oggi, che fa credere – soprattutto a chi arriva da altri Paesi – che è titolare di mille diritti, mentre gli italiani avrebbero solo doveri nei loro confronti, le cose non stanno così. Gli italiani hanno pagato e pagano fin troppo. Ora basta. La strada per realizzare i propri desideri legittimi – per loro come per gli italiani - è fatta di studio, di lavoro e di sacrifici. Rispettando gli altri e le leggi italiane. Questo compito educativo spetta anzitutto alle famiglie e bisogna riconoscere che certe famiglie immigrate, avendo mentalità e costumi molto diversi, rappresentano un problema che va affrontato (a meno che l’Italia voglia occuparsi solo della “famiglia del bosco”).
È poi un compito educativo della scuola in cui è prevalsa la pedagogia dell’inclusione buonista e multiculturale, invece di quella che punta ad integrare davvero nel nostro sistema di valori e nella nostra cultura. È un compito educativo che avrebbero anche i media dove però, essendo di sinistra, domina la lagna multiculturale e politicamente corretta. Infine sarebbe anche il grande compito educativo della Chiesa, ma cosa si è visto in questi giorni? Riccardo Cascioli, sul sito cattolico La nuova bussola, ha fatto giustamente notare che «sui disordini c’è un abisso tra vescovi francesi e vescovi italiani». Mentre «i vescovi francesi condannano gli aggressori e solidarizzano con le vittime, i vertici della CEI ammorbidiscono la posizione dei giovani violenti e travisano ciò che è accaduto».
Sarebbe poi importante che la Chiesa svolgesse la sua missione fra i giovani. Nella Torino dell’industrializzazione del XIX secolo c’era un don Giovanni Bosco che aggregò ed educò cristianamente centinaia di ragazzi emarginati delle periferie. Nella tempesta del ’68 ci fu don Luigi Giussani che strappò migliaia di giovani all’inganno delle ideologie violente e al suicidio del nichilismo e della droga. Invece oggi non c’è nessuna presenza cristiana chiara. Il mondo clericale di Zuppi offre corsi sull’Islam e sul buddhismo. Ma questa non è la Chiesa, è il Campo largo. A chi sono utili dei vescovi cristianElly?
www.antoniosocci.com.




