Il complesso di superiorità genera arroganza intellettuale, terreno ideale per coltivare il vizio del giudizio, che si trasforma in un’offesa gratuita a chi ha la sola colpa di non corrispondere ai canoni morali di quanti pensano di poter rilasciare certificati di idoneità morale agli altri. C’è tutta l’ottusità autoreferenziale di cui è capace il circolo intellettuale progressista nella risposta che ieri Francesco Merlo, sulla pagina delle lettere di Repubblica, ha fornito a un incauto lettore, divertito dal fatto che Kimi Antonelli l’anno prossimo non voglia il numero 1 sulla sua Mercedes perché «porta sfiga», ha spiegato il campione del mondo. «Quella frase mi ha riportato alla realtà», ha scritto l’ingenuo fan dell’asso del volante, tradendo una simpatia verso il ragazzo che l’interlocutore ha punito con livore sospetto.
«A fatica classifico la Formula Uno come uno sport. In città le persone civili non girano in auto. Ritengo stupido chi è fiero di saper guidare meglio degli altri e corre fuori da un circuito. Complimenti a Kimi, ma rido della retorica che lo circonda e lo qualifica come una sorta di Leopardi. Non auguro a mio nipote di diventare come lui. Sogno per lui un futuro molto diverso, anche se più modesto». Questa la replica della penna illuminata, che in poche righe è riuscita a dare dell’incivile a oltre venti milioni di italiani, tanti sono quelli che utilizzano l’auto ogni giorno nelle nostre città, e a banalizzare un’impresa sportiva unica più che rara, visto che Antonelli è il più giovane campione del mondo di Formula Uno di tutti i tempi e che era da oltre settant’anni che il nostro Paese non ne produceva uno.
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E così il Peter Pan del motorsport ha trovato la sua isola felice diventando il sorridente uomo del giorno in tut...Ma attenzione, quello del collega sinistro non è disprezzo per gli altri, che anzi la sinistra gli altri, in teoria, li ama, li accoglie, li protegge. È più semplicemente uno smodato senso di sé, una supponenza di essere nel giusto e poter indicare la retta via che si traduce in disprezzo del diverso non per volontà ma come conseguenza inevitabile. Per queste persone il diverso va bene solo se è manifestatamente inferiore. Se vale di più, se ha qualcosa per cui può essere apprezzato o invidiato, diventa allora un simbolo da abbattere in quanto potenzialmente mette in discussione il castello di ipocrisie senza fondamenta che è l’essenza della narrazione consolatoria e manipolatrice con cui la minoranza progressista vuol dettare la sua legge al mondo.
Ma forse più di Antonelli, che è arrivato addirittura al punto di poter permettersi di rifiutare in numero 1, e con una battuta rivela tutta la sua umanità e umiltà, è il nipotino di Merlo, se esiste, che abbisogna di solidarietà. Si è ritrovato come nonno una specie di signorina Rottermayer, con velleità pedagogiche ma incapace di distinguere la passione da ammirare dal vizio da combattere, che detesta le auto ma si arroga il diritto di concedere patenti di idoneità civica e lo fa in base ai propri gusti contaminati dall’ideologia, che lo portano a emettere sentenze strampalate quanto sgradevoli. Il bello dello sport è la sua capacità di essere evasione, di far volare, attraverso i suoi protagonisti, gli uomini sopra le fatiche e le divisioni quotidiane. Giudicare un campione al di fuori del suo palcoscenico non rende giustizia a lui e rompe la magia a tutti. Purtroppo il canto del Merlo non è isolato; l’Italia è la patria di chi non sa riconoscere i meriti altrui se non riesce a identificarvisi.
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Andrea Kimi Antonelli ha regalato la gioia più grande agli italiani vincendo il titolo di Formula 1 dopo 73 anni ...Il nonno di Repubblica sogna un futuro “più modesto” per il proprio nipote, ma non ha la modestia per riconoscere il valore di Antonelli anche se pratica uno sport che legittimamente non gli interessa né ha l’umiltà di separare il proprio odio verso le automobili dall’opinione su chi le guida, per lavoro come Kimi, o per andare al lavoro come i milioni di italiani qualificati come “incivili” dal tribunale di chi si sente migliore non si sa perché. Il giornalista osserva il mondo per quello che è, Merlo lo racconta per come dovrebbe essere e cade nei vizi con il quale la politica sta uccidendo il dibattito democratico e in definitiva se stessa: la prepotenza dell’autoaffermazione e la condanna di chi non appartiene alla tribù.




