Libero logo

 Il Gen Lunardi racconta il Centro Ospedaliero Militare di Milano: «La nostra missione è essere pronti, ma anche mettere le nostre competenze a disposizione della città»

di Paola Nataligiovedì 17 settembre 2026
 Il Gen Lunardi racconta il Centro Ospedaliero Militare di Milano: «La nostra missione è essere pronti, ma anche mettere le nostre competenze a disposizione della città»

4' di lettura

Ci sono luoghi che appartengono alla storia di una città e che, proprio per questo, rischiano di diventare invisibili nella vita quotidiana. Il Centro Ospedaliero Militare di Milano, a Baggio, è uno di questi. Un complesso immerso nel verde, legato alla storia della sanità delle Forze Armate, ma che negli anni ha imparato a dialogare sempre di più con la città e con il sistema sanitario civile. Qui il camice bianco porta le stellette,  il lavoro quotidiano ha una doppia direzione: garantire alle Forze Armate personale sanitario preparato a intervenire anche negli scenari più difficili e, quando serve, mettere quelle stesse competenze al servizio della collettività. È questa la fotografia che emerge dalle parole del Generale Lunardi, Direttore del Centro Ospedaliero Militare di Milano. «La nostra missione è garantire il supporto sanitario alle Forze Armate e mantenerne la piena efficienza operativa», spiega. Ma non è l'unico compito. «Mettiamo competenze, professionalità e strutture a disposizione della collettività, in stretta collaborazione con il Servizio sanitario nazionale».

Una sanità, dunque, che non vive separata dal territorio. Al contrario, negli ultimi anni il rapporto con la Lombardia si è fatto sempre più concreto. Il Centro è hub vaccinale e  collabora con ATS e con le principali strutture ospedaliere della regione. Tra le esperienze ricordate dal generale c'è quella, recente, con l'Ospedale Sacco nella gestione di casi ad alto rischio infettivo e delle relative quarantene, compresi quelli legati all'Hantavirus. Sono situazioni nelle quali la preparazione acquisita dalla sanità militare può diventare una risorsa anche per il sistema civile. «La sanità militare dispone di competenze che possono rappresentare un valore aggiunto per l'intero sistema sanitario nazionale», sottolinea Lunardi.  È forse questa la peculiarità più difficile da spiegare a chi guarda dall'esterno: un medico militare non è semplicemente un medico che indossa una divisa,  deve avere la preparazione clinica di qualsiasi professionista sanitario, ma deve anche essere pronto a lavorare in condizioni operative completamente diverse da quelle di un ospedale tradizionale. Emergenze, missioni, ambienti ostili,  situazioni nelle quali la capacità di adattarsi e prendere decisioni rapidamente può diventare determinante. «Un professionista della sanità militare deve unire due competenze: quella sanitaria e quella militare», racconta il generale.

Per questo la formazione non si ferma alla medicina. Accanto all'aggiornamento scientifico ci sono l'addestramento operativo, il Diritto internazionale umanitario, l'etica e le procedure da applicare nei teatri operativi. Ma c'è una parola che, nel racconto di Lunardi, torna più delle altre: servizio. «È il valore che racchiude tutti gli altri», dice. Responsabilità, senso del dovere, rispetto della persona, capacità di lavorare insieme. E anche empatia. Perché, nonostante le stellette, al centro resta sempre il paziente.  Anche a Baggio, naturalmente, il futuro passa dalla tecnologia : Digitalizzazione, telemedicina e intelligenza artificiale sono ormai strumenti con cui la sanità militare deve confrontarsi. Possono rendere più veloci i processi, aiutare nella gestione delle informazioni e supportare le decisioni. Ma c'è un confine che, secondo il generale, deve restare ben visibile. «La tecnologia è uno strumento che aiuta il medico, non lo sostituisce». Una considerazione che vale ancora di più quando il contesto diventa complesso e la decisione deve essere presa rapidamente. In quei momenti, alla tecnologia si affiancano esperienza, preparazione e capacità di leggere la situazione.  È anche per questo che tra le sfide dei prossimi anni Lunardi indica non soltanto la ricerca e l'innovazione, ma soprattutto le persone. Investire nella formazione significa mantenere quella capacità operativa che rappresenta la ragion d'essere della sanità militare.

C'è un passaggio dell'intervista nel quale il generale abbandona per un momento la descrizione della struttura e torna ai ricordi della propria carriera. Sono i teatri operativi, racconta, quelli che restano più impressi e non soltanto per il lavoro dei medici. Ricorda i militari impegnati nella sicurezza delle basi, «sotto il sole del deserto o nel freddo più intenso», mentre garantivano le condizioni necessarie perché il personale sanitario potesse operare. È lì, dice Lunardi, che si comprende davvero cosa significhi lavorare per un obiettivo comune: nessuno è sufficiente da solo. Il medico ha bisogno di chi garantisce la sicurezza, il personale sanitario di chi organizza e sostiene la missione, e ogni ruolo diventa parte di un risultato più grande. È forse questa la lezione più concreta della sanità militare: la competenza individuale conta, ma senza squadra non basta.  Il Centro di Baggio si prepara così ad affrontare una sanità militare che cambia insieme al mondo intorno : nuove tecnologie, scenari operativi più complessi, necessità di collaborazioni sempre più strette con il sistema sanitario civile non per competere o duplicare ma per integrarsi e completarsi reciprocamente. E c'è un altro elemento che il generale considera importante: far conoscere meglio questo mondo ai giovani. A chi pensa di intraprendere la professione sanitaria nelle Forze Armate, Lunardi dice di seguire la propria vocazione con coraggio. È una strada impegnativa, ma che può offrire una crescita professionale e umana particolare: curare, formarsi, operare e, allo stesso tempo, servire il Paese.

Alla fine, per descrivere Baggio, il generale sceglie tre parole: servizio, competenza, apertura:  la prima racconta la ragione per cui esiste una sanità militare,  la seconda il valore delle persone che vi lavorano,  la terza forse è quella più significativa per Milano: l'idea di una struttura che non vuole essere soltanto un luogo delle Forze Armate, ma una parte della città. Un ospedale con una storia alle spalle e uno sguardo rivolto al futuro.