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Vaticano, cardinale Müller: "Chi uscirà dal prossimo Conclave"

Francesco Capozza
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«Nell’ultimo Concistoro convocato dal Papa ad agosto 2022, con l’intero Sacro Collegio presente per discutere di qualcosa già approvato e addirittura in vigore da oltre due mesi (la nuova riforma della Curia ndr), ho partecipato al tavolo di lingua inglese e uno dei nuovi porporati nominati due giorni prima ha detto platealmente: “Non so una parola d’inglese, non conosco nulla di teologia, non so nemmeno perché sono stato fatto cardinale”». Ride di gusto il cardinale Gerhard Müller raccontando questo aneddoto sullo stato attuale del Collegio cardinalizio, rimpolpato annualmente da Papa Francesco fin dalla sua elezione e ormai composto quasi al 70% da principi della Chiesa nominati da lui. Il cardinale tedesco, amico e discepolo di Papa Benedetto XVI a cui succedette nel 2012 come Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, ci accoglie nel suo appartamento a pochi passi da Piazza San Pietro, lo stesso in cui Joseph Ratzinger abitò fino al 19 aprile 2005, quando fu eletto Pontefice.


Eminenza, perché nonostante Papa Bergoglio sia così prolifico nell’assegnare berrette rosse non convoca mai Concistori per discutere ma solo per nominare? Lei stesso, in un passaggio del suo libro In buona Fede, uscito in questi giorni e che già fa molto discutere, si lamenta proprio di questo.
«Noi cardinali dovremmo essere i “cardini” della Chiesa, il Collegio nel suo complesso è tenuto a consigliare il Sommo Pontefice. Non c’è nessuno spazio per consigli quando le decisioni sono invece già prese. Chiaramente il Papa ha il primato che gli deriva dallo Spirito Santo il quale, tramite i cardinali, lo eleva a guida della Chiesa di Cristo, ma nessuno può sapere tutto!».

Lei ovviamente è a conoscenza delle voci che, con la morte di Papa Benedetto e l’uscita del suo libro, la collocano come uno dei capi indiscussi della Chiesa anti-bergogliana. È così?
«Hanno voluto dipingermi così ma non è vero, io sono fedele al Papa sempre. Naturalmente per visione, percorso e affinità ero più vicino a Papa Benedetto, ma sarò sempre obbediente e fedele al Papa regnante. Piuttosto...».


Dica, Eminenza.
«I consiglieri di Papa Francesco hanno lacune molto profonde in campo teologico e liturgico, la soppressione di stili antichi che sono l’essenza della Chiesa e della liturgia, per esempio, è frutto di persone che coadiuvano quotidianamente il Papa. Ci sono davvero pochi teologi tra le persone più ascoltate a Santa Marta».


Proprio il tema della liturgia, in particolare l’abolizione da parte di Bergoglio della messa in latino secondo il rito antico e tanto cara a Benedetto XVI, è stato uno dei passaggi del libro del segretario di Ratzinger, monsignor Georg Gänswein, che ha fatto più clamore. Padre Georg ha rivelato che il pontefice emerito ne soffrì moltissimo.
«È vero, posso confermarlo. Benedetto XVI fu molto dispiaciuto della soppressione del Summorum Pontificum, il motu proprio con cui aveva reintrodotto il vetus ordo, che era stato un atto molto saggio».


Tornando al suo libro, “In buona Fede”, appena uscito per Solferino, non pensa che ci sia stato un ingorgo di pubblicazioni - abbiamo citato anche il libro di Gänswein un po' troppo critiche nei confronti di Bergoglio e un po' troppo ravvicinate alla morte di Benedetto? Peraltro due giorni fa è uscito anche il volume postumo del Papa appena defunto, Che cos’è il Cristianesimo, che pure ha riservato non poche sorprese e qualche critica pesante.
«Per quanto riguarda il mio libro, una lunga intervista con la giornalista Franca Giansoldati sulle prospettive della Chiesa e della religione, era pronto da diversi mesi. Alcune dinamiche, tra cui le elezioni politiche italiane, hanno consigliato all’editore di ritardarne un po’ l’uscita. La data fu successivamente fissata per questi giorni ben prima che le condizioni di salute di Papa Benedetto volgessero al peggio».


E quello di Gänswein? Secondo Lei sarebbe stato più opportuno ritardarne l’uscita? Quello è stato certamente chiuso da pochissimo, il capitolo finale parla delle ultime ore di vita del Papa emerito e addirittura del funerale.
«L’uscita dei libri non la decide l’autore, ma l’editore. Non c’è nessuna connessione e non c’è stato nessun accordo in merito all’uscita quasi in contemporanea del mio libro e di quello di Gänswein, è pura casualità tempistica».

E del volume postumo di Benedetto XVI cosa pensa?
«Come lei certamente saprà, io sono il curatore dell’Opera Omnia degli scritti teologici di Joseph Ratzinger, un compendio dottrinale in sedici volumi. Il pensiero di Benedetto XVI andrà studiato ancora per molto e già adesso è fonte da cui hanno attinto milioni di persone. Il suo “Gesù di Nazareth”, per esempio, ha venduto diversi milioni di copie. Anche quest’ultimo lavoro, pubblicato postumo, è senza dubbio destinato al successo».


Eppure, nell’introduzione a Che cos’è il Cristianesimo, Ratzinger dice chiaramente che in molti seminari chi studiava i suoi libri era malvisto ed in altri addirittura le sue opere venivano censurate. Quasi una moderna messa all’Indice come faceva una volta l’Inquisizione.
«Purtroppo è vero, ma ciò è accaduto prevalentemente in Germania. D’altronde nella Chiesa tedesca – e questo ad un tedesco come il sottoscritto non può che dare grande sofferenza – sta da tempo emergendo la teoria della “sinodalità”, qualcosa di simile ad una democratizzazione ecclesiale che non ha nulla a che vedere con la teologia cattolica. La Chiesa non si può paragonare ad uno Stato o ad una struttura intramondana. Penso che in Germania si stia delineando una situazione di gran lunga peggiore ad uno scisma, che nei fatti è già in atto da tempo. Stiamo assistendo alla separazione di una Chiesa locale dal centro di Roma, si sta di fatto abbandonando la sacramentalità: questa è vera e propria apostasia, ben peggio di uno scisma. Ed è per questo che Papa Benedetto XVI, che naturalmente avversava tutto ciò, aveva i suoi peggiori nemici proprio nella nazione che gli ha dato i natali».


Sempre nel suo volume postumo, Benedetto XVI parla di “club” gay nei seminari; a lei invece risulta, come in molti affermano, che in Vaticano esista una vera e propria lobby omosessuale?
«Si dice che siano i favoriti in Vaticano. Nessuno però è mai venuto da me con richieste specifiche, d’altronde sono fuori dalla Curia dal 2017, cioè da quando, senza alcuna motivazione, il Papa non ha rinnovato il mio incarico di Prefetto della Congregazione perla dottrina della Fede. In ogni caso l’omosessualità non dovrebbe essere ammessa tra i preti, nei seminari e nemmeno in Vaticano».

Eminenza, perché lei, pur essendo da sempre così vicino a Papa Ratzinger, è stato fortemente critico rispetto alla sua decisione di rinunciare al Pontificato?
«Io non ero presente quel giorno in cui Benedetto annunciò ai cardinali la sua decisione, quando appresi la notizia rimasi di stucco, non ci volevo credere. Era ovvio che formalmente poteva rinunciare e benché la rinuncia sia stata formulata in modo corretto dal punto di vista canonico, sono emersi con il tempo i dilemmi identitari che la presenza del Papa emerito ha introdotto. Le dimissioni hanno causato un’incrinatura del principio petrino dell’unità della fede e della comunione della Chiesa che non ha eguali nella storia e non è ancora stata elaborata dogmaticamente, per di più le norme del diritto canonico non sono sufficienti. La coesistenza concreta tra regnante ed emerito è difficilmente gestibile e potrebbe causare, qualora ciò accadesse di nuovo, conseguenze imprevedibili. Naturalmente ho rispetto per la decisione presa a suo tempo da Ratzinger ma non posso tacere i problemi ecclesiologici emersi in seguito, collateralmente, sulla coesistenza di due Pontefici. È stato un unicum nella Storia del papato moderno e spero rimarrà tale».

Un’ultima domanda. Secondo tutti gli osservatori il prossimo Conclave avrà il duro compito di trovare la persona adatta aricompattare una Chiesa sfilacciata e divisa in fazioni, secondo lei c’è attualmente nel collegio cardinalizio una personalità in grado di poter ricucire e, per così dire, raddrizzare il timone della barca di Pietro?
«Certamente, ma non faccio nomi».

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