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Beatrice Venezi, ghigliottina inceppata: la balla della maestra scaricata dalla Meloni

di Enrico Stinchellimartedì 28 aprile 2026
Beatrice Venezi, ghigliottina inceppata: la balla della maestra scaricata dalla Meloni

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Le tricoteuses che da ieri festeggiano la mannaia calata sulla testa di Beatrice Venezi farebbero bene ad aspettare un nuovo giro di valzer. Perché la storia, a quanto pare, non è finita affatto. Da mesi – ormai da settembre – assistiamo a uno spettacolo che ha superato la polemica per trasformarsi in qualcosa di diverso: una gogna. Non dissenso, non critica, ma un’esposizione continua, sistematica, quasi rituale. E alla notizia del licenziamento deciso dal sovrintendente Nicola Colabianchi, ecco la scena: brindisi virtuali, esultanze sguaiate, una piazza digitale che alza i calici come davanti a un’esecuzione riuscita. L’immagine, per quanto brutale, è inevitabile: quella della folla sotto la ghigliottina durante la Rivoluzione francese. Le tricoteuses, appunto, intente a godersi lo spettacolo del sangue, tra grida e applausi. E in filigrana, la figura di Marie Antoinette condotta al patibolo tra il ludibrio generale. Una metafora forte, certo, ma difficile trovarne una più adatta a descrivere il clima di queste ore, dove il bersaglio non è più un’idea o una posizione artistica, ma una persona da esporre e demolire. Colpisce, in questo coro, non tanto la critica – legittima in ogni democrazia – quanto il gusto della distruzione. L’assenza quasi totale di misura. Il compiacimento, a tratti feroce, nel vedere qualcuno cadere.

E tuttavia, mentre il pubblico festeggia, il meccanismo si incrina. Perché il racconto sembrava già scritto: La Fenice scarica Venezi, Colabianchi firma, il ministro prende atto e – secondo alcune ricostruzioni – sullo sfondo ci sarebbe stato persino il via libera politico di Giorgia Meloni. Fine della musica, sipario, applausi. Peccato che proprio quel passaggio decisivo sia stato smentito. Palazzo Chigi ha chiarito che la premier non è stata coinvolta e non ha autorizzato alcunché. Nessuna frase, nessun “chi sbaglia paga”, nessuna benedizione politica. Tradotto: la ghigliottina, almeno nella sua versione più comoda e narrativa, si è inceppata. E a questo punto forse conviene rallentare. Perché qui non siamo davanti soltanto a una vicenda artistica, né a una semplice frattura tra teatro e direttrice. Siamo dentro un intreccio più ampio, dove si sovrappongono livelli istituzionali, sindacali, mediatici e – inevitabilmente – politici. Non serve costruire teorie per accorgersene. Basta osservare il tono, la velocità con cui si sono formate le posizioni, la radicalità delle reazioni. In un contesto che, non a caso, si avvicina a un appuntamento elettorale delicato come quello veneziano.

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Quando un fatto artistico viene risucchiato in un clima del genere, il rischio è sempre lo stesso: che la realtà venga piegata alla narrazione più utile, più immediata, più spendibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una vicenda raccontata a colpi di annunci e smentite, rilanci e correzioni, in una sorta di valzer nervoso in cui ogni passo smentisce il precedente. Ma mentre la piazza digitale festeggia, la diretta interessata affida la sua risposta a parole che pesano. Raggiunta a Buenos Aires, dove ha appena concluso con grande successo una serie di recite di Cavalleria rusticana e Pagliacci, Beatrice Venezi dichiara: «Prima esaltata, poi trasformata in un bersaglio perfetto per la Casta. Fino a diventare un “caso” da salotto ed essere esposta a un clima di ostilità che nulla ha a che vedere con il merito artistico. Una dinamica che serve a costruire alibi di rispettabilità, ma che lascia sul campo una violenza personale inaccettabile». Parole che riportano la vicenda alla sua dimensione più concreta: quella di una persona finita dentro un meccanismo che, una volta avviato, sembra avere bisogno di un bersaglio. Il capitolo più scomodo deve ancora essere scritto. 

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