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Ranucci, Lavitola lo coinvolge: "Gli parlai del rischio attentato anche prima della bomba"

di Giacomo Amadorilunedì 17 agosto 2026
Ranucci, Lavitola lo coinvolge: "Gli parlai del rischio attentato anche prima della bomba"

8' di lettura

Il giorno di Ferragosto, mentre l’Italia è in spiaggia, l’avvocato Arturo Cola è nel suo studio di Napoli a preparare l’istanza di Riesame per il suo cliente. Non un cliente qualsiasi, ma l’arrestato più chiacchierato del momento. Stiamo parlando di Valter Lavitola, il faccendiere accusato di essere il mandante dell’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Cola, che insieme con il padre Sergio difende Lavitola, è convinto della veridicità delle dichiarazioni del suo assistito. È sicuro che il mandato fosse quello di realizzare un attentato dimostrativo, indicazione che, però, non sarebbe stata rispettata. Ed è altrettanto certo che l’obiettivo fosse quello di far rafforzare la scorta a Ranucci. Una tesi che sia il gip Iole Moricca che i pm non hanno ritenuto credibile. Negando per questo gli arresti domiciliari all’indagato.

Proprio a Ferragosto, poco prima di depositare il ricorso, Cola jr anticipa a Libero alcuni punti della linea difensiva e ci riferisce un passaggio dell’interrogatorio di garanzia del suo cliente che potrebbe fare molto rumore. «Pellegrino D’Avino (uno dei presunti esecutori materiali dell’attentato, ndr) si è avvalso della facoltà di non rispondere» sottolinea il legale, «poi però ha aggiunto: “Nessuno voleva fare male a nessuno”». Ovvero il leit-motiv di Lavitola, che mal digerisce l’aggravante del metodo mafioso. «D’Avino lo dichiara spontaneamente, quindi sostanzialmente ammettendo la propria responsabilità. Sicuramente questa è una dichiarazione importante per il momento in cui è stata riferita (prima della perquisizione e dell’interrogatorio di Lavitola, ndr) e per il modo in cui è stata riferita, perché sostanzialmente l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere; poi, però, con queste quattro parole ha detto “Io so tutto” e, quindi, “sono stato io”». Secondo l’avvocato questa frase confermerebbe «in modo chiaro che il mandato era di compiere un gesto dimostrativo che non avesse alcun tipo di capacità potenzialmente lesiva» e rappresenterebbe «un dato molto importante».

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A questo punto insistiamo per conoscere qualche altro asso nella manica della difesa. E arriva la sorpresa. Il discorso ruota intorno alla questione della scorta di Ranucci, che Lavitola dice di avere voluto far incrementare con l’idea dell’attentato, mentre il conduttore sosterrebbe, secondo alcuni organi di stampa, di averne chiesto il rafforzamento prima dell’esplosione (una versione che gli avvocati stanno provando a verificare). Il Viminale ha raddoppiato gli agenti, portandoli da 2 a 4, dopo il 16 ottobre, ma se la richiesta fosse arrivata prima allora troverebbe conferma un’importante dichiarazione che Lavitola avrebbe pronunciato durante il suo interrogatorio di garanzia. Cola ci svela il passaggio cruciale: «Posso dirle solo questo: che nell’incontro (di Lavitola e del conduttore di Report, ndr) del 7 settembre (2025, ndr) a casa di Ranucci si è parlato proprio di questo [...] in quel momento Lavitola avrebbe, a suo dire, riferito a Ranucci di ciò che aveva saputo, dei pericoli che correva Ranucci e in quell’occasione si è parlato appunto della sua sicurezza, il 7 settembre». L’avvocato è convinto che questo sia il passaggio cruciale dell’inchiesta: «Io penso che la partita sul movente si gioca su questo. Se sentono Ranucci e Ranucci conferma questa cosa e cioè che si era parlato di questi attentati possibili [...] il movente che oggi non è creduto può ricevere dei riscontri formidabili». Il ragionamento prosegue: «Credo che la partita del Riesame si giochi su questi aspetti perché, laddove dovesse essere questa la finalità (dell’attentato, ovvero l’aumento degli agenti di scorta, ndr), e lo dice lo stesso gip nel rigetto degli arresti domiciliari, il fatto risulterebbe meno grave, almeno per quanto riguarda la posizione di Lavitola».

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LA DATA CRUCIALE
Il 7 settembre 2025 è una data cruciale per gli inquirenti. È, infatti, il giorno in cui Lavitola, frequentatore della spiaggia di Torvajanica, a pochi passi da casa Ranucci, sarebbe entrato per la prima volta nella villetta del conduttore. Il giornalista dà all’amico le indicazioni per raggiungere la meta e gli descrive l’abitazione («Trovi villetta bianca con auto posteggiata. Due auto»). Poi, tra le 15 e le 18, per 2 ore e 45 minuti, il telefonino di Lavitola aggancia una cella «compatibile con l’abitazione di Ranucci».
Dopo otto giorni, il sessantenne indagato avrebbe portato il suo factotum, Gomes Clesio Tavares, davanti alla residenza del giornalista per quello che gli investigatori hanno individuato come il «sopralluogo» prima dell’attentato. I due sarebbero rimasti in zona per mezz’ora mentre Ranucci non si trovava a casa. Nell’ordinanza di custodia cautelare viene riportata la genesi dell’appuntamento.

Nel tardo pomeriggio del 6 settembre Lavitola, facendo un po’ il misterioso, invia un messaggio a Ranucci: «Domani prima o dopo pranzo, riusciamo a vederci 10/15 minuti? Sarò proprio dalle tue parti». Il giornalista ribatte: «Sì, ok ti dico orario. Tra le 15 e le 16 dovrei essere a Torvajanica. Tutto bene?». Nell’ordinanza di arresto non si trova la risposta. E quindi la domanda sorge spontanea: perché il faccendiere aveva chiesto all’amico di poterlo incontrare al volo per pochi minuti, come se avesse da comunicargli qualcosa di urgente? Davvero voleva parlare con lui di possibili pericoli di cui aveva saputo da misteriose fonti? L’ordinanza del gip ci informa che Lavitola «nei primi giorni dopo l’esecuzione dell’atto intimidatorio, aveva iniziato a manifestare a Ranucci il proprio convincimento in merito a un possibile coinvolgimento di servizi segreti stranieri nel grave atto intimidatorio subito». Il 20 ottobre scrive: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio». Passano pochi minuti e manda un altro messaggio: «Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa fai quello che ti ho chiesto ti prego». Dopo pochi minuti Ranucci rassicura l’interlocutore: «Sì, certo».

Il giornalista, però, non gli rivela quanto, secondo La Stampa, era già avvenuto, ovvero non gli dice di avere già inoltrato una richiesta di potenziamento della scorta.
Il 21 novembre Lavitola torna alla carica: «Scusami, non voglio essere ossessivo, ma ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente». Il giorno successivo il faccendiere informa l’amico di aver studiato con l’intelligenza artificiale i pericoli che Ranucci stava affrontando: «Tu hai un livello di rischio potenziale con gli odiatori che è molto alto!!!! [...] Ti prego, fidati di quello che ti dico. Avrei difficoltà a dirti di più e già informarti di questo e potenzialmente un piccolo problema per me». Lavitola, particolarmente agitato, cita una data: «Il 9 (dicembre, ndr) è troppo tardi. Ti scongiuro, muoviti subito». In realtà, ai primi di dicembre, sui giornali circola la notizia del potenziamento della scorta. Ricapitoliamo: già il 7 settembre Lavitola avrebbe messo in guardia Ranucci sui possibili rischi per la sua incolumità, ma sino a dopo il 16 ottobre non ci sarebbe prova del fatto che aveva lanciato tale alert; da parte sua, Ranucci avrebbe chiesto un aumento della scorta prima dell’attentato, ma non avrebbe comunicato la cosa all’«amico fraterno» preoccupato per la sua salute.

I PROIETTILI DEL 2024
Quel che è certo è che se Lavitola ha davvero dichiarato (e non abbiamo motivo di dubitare delle parole del suo avvocato) di aver affrontato la questione delle minacce alla vita di Ranucci il 7 settembre, tale affermazione metterebbe l’amico giornalista in una posizione decisamente scomoda. Infatti, quando, il 17 ottobre scorso, Ranucci è stato sentito in Procura sull’attentato, ha parlato di molte possibili piste, ma non ha raccontato che appena un mese prima Lavitola lo avrebbe messo in guardia da un pericolo imminente. Nell’occasione i magistrati gli ricordano un fascicolo aperto per due proiettili lasciati davanti a casa sua nel 2024 e lui li collega a una missiva anonima (l’ennesima proton mail che non consente di risalire al mittente) ricevuta da Report, in cui si leggeva: «Se dai altre informazioni sul caso Moro ti ammazziamo».
Il 9 luglio 2024 l’autista della scorta di Ranucci, durante un’operazione di bonifica, aveva rinvenuto due proiettili calibro 38 special S.W. «ben occultati sotto una siepe di fronte all’abitazione di Ranucci», a 3,5-4 metri dal muro di cinta della villetta.

Non si è mai scoperto chi li abbia messi lì davanti, anche perché, puntualizzano gli inquirenti in una nota, «sul luogo non vi sono telecamere di sorveglianza che possano aver ripreso l’autore che ha abbandonato dette munizioni». Occhi elettronici che sembra non siano stati installati neppure successivamente. Nella loro comunicazione gli investigatori hanno anche scritto: «Il dottor Ranucci ha riferito che per via del proprio lavoro è stato assente per circa 2 settimane dalla propria abitazione e che, per via di alcune sue inchieste giornalistiche, aveva ricevuto varie minacce e di aver già formalizzato denuncia presso gli Uffici Digos della Questura». Il 17 ottobre scorso, il conduttore di Report offre una ricostruzione un po’ diversa: «Il ritrovamento dei proiettili denota un minimo di conoscenza del mio giardino che solitamente viene rasato», dice, lasciando immaginare che le munizioni fossero state messe all’interno della sua proprietà (mentre in realtà sono state rinvenute all’esterno). Quindi aggiunge: «Ma il fatto che siano stati trovati dopo il mio rientro è significativo perché ero stato fuori per 3/4 giorni». E non due settimane.

Ranucci, con i pm, collega il cadeau al servizio del 12 maggio 2024 sull’uccisione di Aldo Moro: «La mail è arrivata domenica 2 giugno e, contestualmente, abbiamo rinvenuto i proiettili (in realtà, come scritto, sono stati scoperti il 9 luglio, ndr)». A verbale, il giornalista, tra i suoi possibili odiatori, indica il cartello del narcotraffico messicano di Sinaloa. Ma non solo: «Quello che è accaduto con una certa frequenza dal 2020/2021 è che spesso gli uomini della mia scorta hanno notato qualcuno che mi seguiva, anche in occasione degli incontri con le mie fonti [...]. Una volta vicino la Stazione Termini addirittura 3 persone mi hanno ripreso con il telefonino mentre incontravo una fonte istituzionale di alto livello, nel 2023». Praticamente un kolossal di Christopher Nolan. In Procura rivela pure la circostanza che lo avrebbe fatto finire sotto scorta. Dopo un servizio sulla strage del Bataclan sarebbe stato contattato da «Francesco Pennino di Grumo Appula (Bari), noto scassinatore e assaltatore di bancomat» che sosteneva di avere informazioni su uno dei terroristi in fuga. «Il mio nome lo aveva sentito nel carcere dell’Aquila dove Santapaola e Madonia discutevano sul fatto di uccidermi. Io ho dato tutto a un amico della Guardia di Finanza che ha passato tutto ai Servizi e mi ha detto di dimenticarmene. Ho riscontrato poi che effettivamente quei due personaggi si trovavano in quel carcere».

Tra i servizi sensibili, che potrebbero aver portato all’attentato, Ranucci indica anche quello sulla Sagra del porcino a Lariano (Roma) finanziato dal ministero dell’Agricoltura e «una cosa ulteriore che riguarda la presidente (della commissione Antimafia, ndr) Chiara Colosimo e in particolare i rapporti con un suo zio coinvolto in indagini anche di mafia nel passato». La deputata, precisa il testimone, era a conoscenza dell’inchiesta poiché era stata contattata per rispondere ad alcune domande.
Nel verbale Ranucci cita anche un reportage sulla scoperta di un giacimento di gas metano nel Mediterraneo che indica come possibile movente della guerra di Gaza.
Poi si paragona a una collega uccisa: «Segnalo peraltro che per coincidenza ieri era l’anniversario dell’omicidio di Dafne Caruana Galizia, la quale si era pure interessata degli sfruttamenti dei giacimenti di gas nel Mediterraneo». Ma, in mezzo a questo mare magnum di possibili moventi, Ranucci nulla dice dell’incontro del 7 settembre 2025 con Lavitola. Le indagini, adesso, non possono che ripartire dall’ultima clamorosa rivelazione del mandante (reo confesso) della bomba.