Se è vero che i panni sporchi si lavano in famiglia, allora la redazione di Report non è più casa di Sigfrido Ranucci. I primi a non volere il ritorno in tolda dello storico conduttore non sono i vertici della Rai, che hanno deciso di rimuoverlo, bensì i suoi giornalisti, che si sentono liberati anziché decapitati. La prossima settimana, al massimo quella dopo, il giudice si pronuncerà sulla richiesta del vicedirettore di essere reintegrato al suo posto. Toccherà a Donatella Casari, presidente della sezione Lavoro del Tribunale di Roma, decidere. Il fascicolo le sarebbe stato assegnato dall’algoritmo. Un pronunciamento atteso con preoccupazione e sospetto. Pesa il fatto che, in passato, la toga abbia fatto parte del Tribunale dei ministri che archiviò le 2.074 denunce contro Giuseppe Conte e Roberto Speranza sul Covid e il mancato aggiornamento del piano pandemico, ma chiese l’autorizzazione a procedere contro i ministri Alfredo Mantovano, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi per la consegna alla Libia del macellaio e torturatore di immigrati, Osama Almasri, fa molto discutere.
VOLANO GLI STRACCI
Quello che chi ha lavorato sotto Ranucci teme è che la vicenda sia giudicata sotto l’aspetto politico, che è invece il punto che ha cercato di sollevare la difesa del giornalista, sostenendo che la sua rimozione è discriminatoria. «Lui non è di sinistra», ha tuonato dal palco di Dig, il festival del giornalismo investigativo, Alberto Nerazzini, storica firma di Report caduta in disgrazia sotto la direzione di Sigfrido. Un’indicazione per chi deve decidere? Di certo una frase che ha mandato su tutte le furie l’ex conduttore, che ha risposto con un lungo post nel quale nega le accuse di aver censurato alcuni servizi, come gli rinfacciano i suoi giornalisti, e rimprovera all’inviato di punta, Giorgio Mottola, reo di averlo criticato più volte, i ricchi compensi che lui stesso gli assegnava. Oltre che nelle aule giudiziarie, tra il giornalista e la Rai la battaglia si sta combattendo nella redazione di Report, che vede Ranucci contro tutti, o quasi. La frattura è umana prima che professionale.
Sigfrido Ranucci usa pure Alessandro Di Battista per la sua causa: "Mi ha scritto un sms"
Sigfrido Ranucci non si fa scrupoli. E dopo aver utilizzato la morte di Francesco Guccini per la promozione di Report, e...Si è persa la fiducia nel capo. Tra un mese il programma deve ripartire e “la squadra”, come ama chiamarla l’ex conduttore, si sta ricompattando sulla base della consapevolezza che se torna Sigfrido, muore tutto. O lui, o Report, l’alternativa è ormai evidente a tutti, tranne all’interessato, che piomba in via Teulada cupo, biascica rari saluti e continua a baloccarsi in scatoloni neanche dovesse trasferire l’intera biblioteca di Alessandria. I giornalisti, specie quelli più esperti, conoscono bene il linguaggio televisivo: nessuno sarebbe disponibile a farsi incorniciare il proprio lavoro dai pistolotti o dalle chiusure, talvolta lunghe anche 10 minuti, del conduttore. Neppure gioca a suo favore quello che il vicedirettore Rai va confidando a chi gli organizza le serate di presentazione del libro nel suo lungo tour promozionale per l’Italia, nelle quali emerge che egli anela una sorta di ritorno del vendicatore (s)mascherato. La restituzione della trasmissione come l’occasione per sparare ad alzo zero contro chi ha fatto rilevare in questi mesi le contraddizioni e le ombre del suo rapporto con il faccendiere Valter Lavitola, in carcere con l’accusa, di cui è reo confesso, di aver ordito l’attentato ai danni dell’amico Sigfrido. E quindi l’imperativo nella redazione è voltare pagina, fare servizi nuovi, mischiare inchieste a politica. «Chiediamo se siano stati adottati quei criteri che erano stati indicati in consiglio d’amministrazione per ricondurre la vicenda a criteri di responsabilità e tutela del servizio pubblico», recita la nota di tre membri del cda, che denunciano «l’impressionante autolesionismo del servizio pubblico, con interventi incrociati su tv, social e convegni, senza valutazione dell’immagine aziendale». Ma sarebbe servizio pubblico nascondere la polvere sotto il tappeto? La tv di Stato a metà settembre ha fatto una lettera di contestazione a Ranucci, sulla base della relazione del comitato etico, dove gli viene chiesto conto delle critiche ingiuriose ai vertici dell’azienda e ai colleghi, nonché dell’inoltro a Lavitola di comunicazioni aziendali.
Report, "mai censurato nessuno": volano stracci tra Ranucci e Mottola
"Non ho mai censurato nessuno, anzi ho difeso ogni prodotto dei miei inviati". Lo scrive su Facebook Sigfrido ...GLI INTERROGATIVI
In passato sono state fatte indagini interne sui comportamenti del giornalista dopo segnalazioni di mobbing e molestie sessuali, ma non vennero presi provvedimenti, a eccezione di un richiamo formale per aver pesantemente insultato via sms un componente della Commissione di Vigilanza Rai. In attesa del verdetto del magistrato, resta una domanda: com’è possibile che la schiera di giornalisti d’inchiesta, tutti che si ritengono il meglio su piazza, che compone Report non si sia mai accorta degli strani rapporti e dei dubbi modi di fare di Ranucci che ora tutti gli rimproverano? Davvero l’amico del faccendiere, il narratore su carta stampata delle proprie avventure erotiche con collaboratrici e fonti appariva al fior fiore dei segugi nostrani, fino all’indagine su Lavitola, come un cavaliere senza macchia e interessi paralleli.




