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L'attentato a Trump? La sconcertante reazione della sinistra italiana

di Tommaso Montesanolunedì 27 aprile 2026
L'attentato a Trump? La sconcertante reazione della sinistra italiana

3' di lettura

Il presidente del governo spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, non ha resistito alla tentazione di distinguersi, nel messaggio con il quale ha condannato l’attentato di Washington ai danni di Donald Trump: «Condanniamo l’attacco. La violenza non è mai la strada. L’umanità avanzerà solo attraverso la democrazia, la convivenza e la pace». Leggendolo in filigrana, è chiaro che quel riferimento alla «pace» marchi la distanza con il capo della Casa Bianca, con il quale le polemiche sono all’ordine del giorno viste le divisioni sul “dossier Iran”. Come a dire: caro Donald, quanto accaduto va inserito in un contesto di «guerra» di cui tu sei il responsabile. Ma tant’è: Sánchez, uno dei rappresentanti della sinistra mondiale, seppure in pessimi rapporti con il presidente americano, il minimo sindacale l’ha fatto.

Come il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, che ha espresso «solidarietà» al tycoon con queste parole: «La violenza politica è un affronto ai valori democratici che tutti noi dobbiamo proteggere». E certo Lula non vanta la vicinanza che il suo predecessore, Jair Bolsonaro, ha da sempre con la famiglia Trump. Anche Keir Starmer non è, diciamo così, nella lista dei leader europei che “The Donald” ama di più. Tuttavia il primo ministro di Sua Maestà, vuoi per l’imminente visita di Re Carlo negli States, vuoi in ossequio alla special relationship che lega Londra e Washington, ha preso il telefono e ha chiamato il presidente degli Stati Uniti per ribadire il suo «sollievo» nel vedere Trump e la first lady, Melania, «illesi» dopo la sparatoria.

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I due, ha aggiunto Downing Street, hanno anche fatto il punto sulla situazione in Medio Oriente con un focus sulla «necessità di ripristinare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz». A proposito di Carlo III: dopo un primo momento di incertezza, Buckingham Palace ha confermato la visita del sovrano, seppure con un adeguamento delle misure di sicurezza. Solo la sinistra italiana, ovvero la triade Pd-M5S-Avs, è rimasta in silenzio: troppo rischioso interrompere la narrazione su Trump simbolo del male.

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La guerra in Iran - inciso: l’agenzia Tasnim, legata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, sostiene che vi siano «indizi che fanno pensare a una messinscena orchestrata da Trump» - ha allontanato i Paesi Ue, e la stessa Ue, da Washington. Ma parole di vicinanza sono arrivate sia da Parigi («la violenza non ha posto in una democrazia. Esprimo il mio pieno sostegno a Trump», ha detto Emmanuel Macron), sia da Berlino («la violenza non ha spazio in una democrazia. Decidiamo a maggioranza, non con le armi», ha affermato il cancelliere Friedrich Merz). La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha fatto sapere su X di aver parlato al telefono con il presidente Usa: «Abbiamo sottolineato che la violenza politica non ha posto nelle nostre democrazie». Un altro che da tempo è costretto a fare l’equilibrista con Trump è Mark Rutte, segretario generale della Nato, che si è detto «sconvolto dall’attacco alla cena. Questo è stato un attacco alle nostre società libere e aperte».

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Giorgia Meloni, dai suoi account social, ha espresso «piena solidarietà» e «vicinanza» a Trump, alla first lady, al vice J.D. Vance affermando che «nessun odio politico può trovare spazio nelle nostre democrazie. Non permetteremo al fanatismo di avvelenare i luoghi del libero dibattito e dell’informazione. La difesa della civiltà del confronto deve restare l’argine invalicabile contro ogni deriva intollerante».

Sul piano politico interno, il capo della Casa Bianca ha sì incassato la solidarietà di routine di Hakeem Jeffries, capo della minoranza democratica alla Camera - «la violenza non è mai la risposta, che sia diretta contro la destra, la sinistra o il centro. Abbiamo questioni che dobbiamo risolvere tra di noi» - ma Chuck Schumer, suo omologo al Senato, è stato molto più sfumato, esprimendo gratitudine per l’operato delle forze di sicurezza, senza mai nominare Trump. Un capitolo a parte lo merita Gavin Newsom, governatore democratico della California, eterno aspirante alla presidenza, che su X ha sottolineato quanto sia «fondamentale» il ruolo della libera stampa negli Stati Uniti bollando come «inaccettabile» la violenza. Come se il bersaglio dell’attentatore - peraltro californiano - fossero i corrispondenti esteri e non Trump.