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Giuseppe Conte, non solo mascherine farlocche: esplode il caso dei giocattoli sospetti

di Simone Di Meogiovedì 9 luglio 2026
Giuseppe Conte, non solo mascherine farlocche: esplode il caso dei giocattoli sospetti

4' di lettura

Durante la pandemia, nelle Dogane, il controllo era un gioco da bambini. Anzi, un giocattolo per bambini. Dopo le mascherine, i camici e i dispositivi di protezione finiti nella corsia veloce dello sdoganamento flash, a un certo punto qualcuno dovette pensare che era arrivato il momento di dare il via libera pure ai prodotti per l’infanzia: stesso metodo, stessa scorciatoia, stessa filosofia dell’ictu oculi, tanto cara a Giuseppe Conte e ai suoi guardaspalle giallorossi. Bastava un’occhiata, una foto, un pericolo non evidente al primo sguardo, e la merce poteva lasciare la porta di confine. Anche quando quel giocattolo era sospettato di non essere conforme. Anche quando, prima di arrivare nelle mani di un bambino, sarebbe dovuto passare per quelle di un esperto.

IL DOCUMENTO
Il documento che sposta il confine tra controllo e fiducia è tecnicamente la “determinazione direttoriale” firmata l’8 ottobre 2020 dall’Agenzia delle Dogane di Marcello Minenna e dal Ministero dello Sviluppo economico, allora guidato dal grillino Stefano Patuanelli. Pure in questo contesto, la logica è quella già vista nei mesi più caldi dell’emergenza: esame visivo, stock valutati a distanza, fotografie al posto della verifica immediata, laboratorio rinviato a tempi migliori. La formula nasce per i dispositivi di protezione individuale, come abbiamo visto in questi giorni. Poi scivola sui giocattoli destinati ai minori. E davvero non se ne capisce il motivo. La procedura è all'apparenza garantista per i consumatori: se un prodotto per l’infanzia è sospettato di non essere a norma, ma il rischio non appare evidente a prima vista, la Dogana può comunque sdoganarlo. Il carico non resta fermo fino agli esiti dei test, però. Viene trasferito al magazzino dell’importatore, con un divieto teorico di vendita in attesa delle analisi. E addirittura il via libera del Ministero, per accelerare la procedura, viene dato per acquisito attraverso una specie di “silenzio-assenso” preventivo.

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I DEPOSITI
Il problema è che, una volta superato il varco, quella merce non è più un pacco fermo nello scalo, ma uno stock già consegnato. E un divieto scritto non è un divieto reale se nessuno può sorvegliare migliaia di magazzini, depositi, capannoni e destinazioni private. La Dogana non ha uomini, mezzi e tempo per seguire ogni partita una volta uscita dal perimetro pubblico, deve affidarsi al buonsenso dei singoli. Il fermo commerciale rischia così di diventare virtuale. Il prodotto non dovrebbe essere venduto, ma intanto non è più sotto la presa diretta dello Stato. E l’importatore, ottenuta la disponibilità fisica degli articoli, non ha alcun interesse concreto a sollecitare l’esito delle verifiche.

Il cortocircuito sta tutto qui: la cautela resta negli atti, i prodotti finiscono nella terra di mezzo delle buone intenzioni che, come si sa, sono i mattoni più comuni ed economici con cui si lastricano le strade dell'inferno. D’altronde, la normativa europea sui giocattoli nasce proprio per evitare questo salto nel buio. Prevede marcatura CE, conformità chimica e fisica, controlli su ftalati, metalli pesanti, piccole parti, infiammabilità. Non sono dettagli, ma barriere costruite per impedire che un pupazzo, una macchinina, un set colorato o un oggetto all’apparenza innocuo diventino un rischio per la salute dei bambini. Se un giocattolo potenzialmente nocivo non viene fermato prima, può infilarsi nel circuito commerciale e nella bocca di qualche neonato. E quando bisogna recuperarlo, il problema si è già concretizzato. Per di più, il calendario di quei mesi rende la scelta ancora più singolare. Mentre il canale doganale si alleggeriva, i negozi erano fermi. Dal Dpcm dell’11 marzo 2020 le rivendite tradizionali di giocattoli avevano abbassato le serrande. Le loro merci non erano considerate beni di prima necessità. Gli incassi fisici erano spariti da un giorno all’altro. Le famiglie vivevano tra restrizioni, divieti, spostamenti limitati e nuove chiusure all’orizzonte. E allora: il grillino Patuanelli, che siede anche in commissione d'inchiesta Covid, perché sentì quest’esigenza? Sarebbe interessante se decidesse di svelare che cosa lo abbia convinto a metter su questo circo (copyright Giuseppe Conte), considerato anche che la procedura flash ha creato difficoltà non solo sul fronte sanitario ma anche economico.

CARTE CONTRAFFATTE
I giocattoli sdoganati con una occhiata hanno danneggiato, infatti, quegli imprenditori che hanno investito in certificazioni a norma e test reali. Chi si è mosso nel girone dei furbetti, presentando carte contraffatte o poco chiare o prodotti non in linea con le rigide disposizioni europee, ha speso meno e guadagnato di più. Patuanelli se ne rende conto? Il ritorno alla domanda iniziale, allora, diventa inevitabile: perché portare quella logica proprio dentro il mondo dei prodotti per bambini? Che bisogno c’era, in piena pandemia, di estendere ai giocattoli un modello nato nella corsa emergenziale sui Dpi? Perché applicare a merce destinata ai minori una procedura che riduceva il controllo preventivo e spostava la verifica a prodotto già svincolato? E rispondere non è un gioco.

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