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Sigfrido Ranucci, il candidato perfetto per la sinistra: 4 indizi, sospetti concreti

di Gioavnni Sallustigiovedì 9 luglio 2026
Sigfrido Ranucci, il candidato perfetto per la sinistra: 4 indizi, sospetti concreti

3' di lettura

Ha ragione Valter Lavitola, ha dannatamente ragione. All’inizio, davanti alla rivelazione di Repubblica, ero come trasognato. Mi sembrava di avere davanti qualcosa a metà tra una pagina di Borges e un fotogramma di Monicelli, un racconto intriso di realismo magico ma con palese sterzata verso la commedia all’italiana. Il medesimo Lavitola che, nel retro del suo ristorante “Cefalù Bistrot”, apparecchia il futuro del Paese o quantomeno, stando realisticamente più bassi, quello del campo largo. Era la sua ultima grande “trovata”: Sigfrido Ranucci leader della sinistra italiana. Nel disegno lavitoliano, a quanto pare, l’“amico fraterno” doveva essere «il Papa straniero che poteva salvare il centrosinistra dal duello Schlein-Conte, il federatore dotato del carisma per vincere le elezioni e arrivare a Palazzo Chigi». Il conduttore di Report come una sorta di Prodi 5.0, il teletribuno pronto ad impugnare le redini del carrozzone progressista. Sto per archiviare l’immagine improbabile, quando di colpo mi rendo conto che è un’analisi politica perfetta, nettamente l’idea migliore emersa alle latitudini giallorosse da tempo immemore.

Nessuno meglio di Sigfrido Ranucci incarna l’attuale morfologia politico-ideologica della sinistra italiana, o meglio l’impasto populista che ha da tempo sfrattato quel che eravamo abituati a chiamare “sinistra”. Una creatura che non dimora (più) nel terreno della lotta politica, dove già il conflitto è una forma di riconoscimento dell’avversario, ma fluttua in un autoreferenziale cielo della virtù, da cui contempla la propria superiorità (immaginaria) e progetta l’annientamento del Nemico, che è sempre fascista o comunque appartenente, per usare il linguaggio di Report, all’“Internazionale Sovranista”.

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GIUSTIZIALISMO E ZTL
Pensateci: una coalizione che assomma l’ipergiustizialismo pentastellato del Vaffa alla cronica presunzione da Ztl del Pd, con una spruzzata di gretinismo massimalista garantita dai rossoverdi di Avs, non può che avere come leader naturale Sigfrido Ranucci. Il professionista dell’allusione, il grande tessitore di romanzoni televisivi popolati da amanti di ministri che diventano fatti politici, rapporti con imprenditori che diventano notizie di reato, ultimi giapponesi dell’antiberlusconismo che riciclano grottesche accuse di mafia al Cavaliere che non c’è più, è già l’oracolo dei telespettatori sinistri. Bisogna solo fare il passo finale, renderlo presidente del Consiglio da sbarrare sulla scheda per gli elettori. Un eventuale esecutivo-Ranucci sarebbe una sorta di Comitato di Salute Pubblica ultra-giacobino, il moralismo inquisitorio che da genere giornalistico diventa etica di governo, qualcosa che nemmeno Marco Travaglio ha mai osato vagheggiare.

A proposito: il vero contraente forte dell’alleanza di centrosinistra, la magistratura militante, darebbe la sua entusiastica benedizione, visto che Ranucci strappò un’ovazione all’assemblea dell’Anm agitando il proprio “No” al referendum. Tra le altre cose, paventò il rischio che la riforma della giustizia sottomettesse i pubblici ministeri al potere politico, dimostrando platealmente di non avere letto il testo. Particolare che non fa che rinforzarne la candidatura, essendo la pratica del non leggere uno dei tratti distintivi dell’attuale sinistra luogocomunista rispetto a quella polverosa novecentesca. Non solo: Ranucci conosce e bazzica senza complessi il doppiopesismo sistematico del dibattito pubblico, valore irrinunciabile dei campo-larghisti. Non a caso, può tranquillamente evocare in una chat con una fonte un “giro gay pericolosissimo” riferito a colleghi e uomini di Stato sgraditi, tanto sa benissimo che se anche la perifrasi uscisse non sarebbe minimamente sfiorato dal percorso che toccherebbe a qualunque redattore di Libero: crocifissione pubblica, comunicato congiunto contro l’omofobia del Pd e dell’Ordine dei Giornalisti, una dozzina di appelli contro il reprobo delle più disparate associazioni arcobaleno, inevitabile morte professionale.

Del resto, una delle ultime, sconvolgenti inchieste di Report verteva sul seguente fatto inaccettabile: le destre europee fanno politica! Seguiva un interminabile montaggio thrilling che riferiva di fondazioni culturali, rapporti tra i vari movimenti conservatori del continente e addirittura fra essi e l’Orco Trump, perfino documenti comuni in cui si auspicava un diverso assetto dell’Unione Europea, decentrato e sburocratizzato. Qui l’indignazione diventava fideistica, perché si andava a toccare il dogma di ogni buon progressista contemporaneo, l’intangibilità sacrale del Moloch europeo. Decisamente, Lavitola ha avuto un colpo di genio: l’“amico” è già, in pectore, il leader del campo largo.

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