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Giorgia Meloni, il vero capolavoro: conti sistemati tra due guerre e dopo la pandemia

di Fabio Dragonivenerdì 4 settembre 2026
Giorgia Meloni, il vero capolavoro: conti sistemati tra due guerre e dopo la pandemia

3' di lettura

Quando Giorgia Meloni si è insediata, il 22 ottobre 2022, l’Italia pagava sul BTP decennale un rendimento vicino al 4,5%. È il tasso principe con cui valutare il costo del debito. Oggi, a inizio settembre 2026, quel tasso oscilla intorno al 4,2%. La differenza può essere percepita come minima. Chi vorrebbe banalizzare ha buon gioco a farlo. Il punto, però, non è il decimale in sé. Ma come si è mosso il mondo nel frattempo. Tralasciamo il non trascurabile dettaglio di due guerre (Ucraina ed Iran). Al momento dell’insediamento del governo ce n’era solo una.

La Banca centrale europea ha però cambiato pelle alla sua politica monetaria. Il tasso sui depositi delle banche, all’insediamento del governo, era pari allo 0,75%. Pochi giorni dopo, il 27 ottobre, Francoforte lo porta all’1,50. Poi la corsa è continuata fino al 4%, prima di una discesa che oggi vede quel tasso pari al 2,25. Per semplicità confrontiamo soltanto i due estremi : 0,75 e 2,25. Quel tasso che è una “guida” è comunque più che triplicato. E nonostante questo il decennale italiano non è salito ma addirittura sceso. Quindi non l’Italia non ha semplicemente tenuto botta. Ma ha fatto un capolavoro.

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Il confronto con quanto nel frattempo è cambiato ciò che pagano i più importanti partner europei ci fa capire ancora meglio. Il Bund tedesco a dieci anni, nello stesso arco di tempo, è passato da poco sopra l’1,8% al 3,4%. Il rendimento dell’Oat francese è salito dal 2,8% circa al 4,2%. Attualmente Parigi paga addirittura più di Roma. Lo spread Btp-Bund è rientrato intorno a 80 punti base, lontano dai 250 toccati nel settembre 2022, quando al governo c’era Draghi. Lontani i tempi dei sorrisi di Merkel e Sarkozy alle spalle di Berlusconi.

C’è poi un altro dato decisivo per chi emette debito ogni mese. E che i quotidiani trascurano. A fine settembre 2022 Banca d’Italia deteneva circa 710 miliardi di Btp. Le banche centrali creavano moneta dal nulla ed acquistavano titoli di stato. La politica monetaria è invece diventata restrittiva dal 2022. Ha cambiato pelle, dicevamo all’inizio. In concreto significa che man mano che i titoli arrivavano a scadenza, questi non sono stati rimpiazzati. A giugno 2026 il portafoglio di Via Nazionale era infatti sceso intorno ai 540 miliardi. Sono circa 170 miliardi sottratti alla circolazione. E il Tesoro nonostante questo non ha dovuto alzare il rendimento per sostituirli.

Chi ha preso il posto della Banca d’Italia? In parte le famiglie la cui quota di debito pubblico è salita dal 9% a circa il 14-15. È un cambiamento qualitativo oltre ché quantitativo. Il risparmiatore è meno volubile dell’investitore. Non ha stop loss da rispettare o margini di garanzia da soddisfare. Tendenzialmente tiene il titolo fino a scadenza. Una stabilità che sul costo del debito vale più di un comunicato o di una manovra.

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In parte, e in misura ancora maggiore, sono però arrivati gli investitori esteri. La consistenza in mano loro è cresciuta di diverse centinaia di miliardi rispetto al 2022. E qui occorre stare accorti. Da un lato è un voto di fiducia: chi compra Btp dall’estero lo fa perché ritiene il premio sufficiente e il rischio politico accettabile.

Dall’altro può essere un fattore di instabilità prospettica. Senza sovranità monetaria e senza una banca centrale nazionale che possa fare da acquirente di ultima istanza, una quota estera nell’ordine di un terzo del debito rende il rifinanziamento più esposto agli shock esterni. Quando il vento gira, l’investitore estero vende più facilmente e più velocemente.

Resta il dato grezzo dello stock. Il debito delle amministrazioni pubbliche è passato da circa 2.760 miliardi di fine 2022 a poco più di 3.200 a metà 2026. L’incremento va letto tenendo in mente che circa 100-150 miliardi di maggior debito, derivano dal mancato gettito dovuto al superbonus. Soldi con cui il governo avrebbe potuto abbassare le imposte e non ha potuto farlo. E questo è un tema rilevante ora che ci avviciniamo alle elezioni.

Se un governo di centrodestra chiede fiducia sul taglio delle tasse, deve mostrare nella legge di bilancio – già da quella per il 2027 – che intende farlo nell’immediato ed in prospettiva. Altrimenti cosa penserebbe l’elettore di fronte ad una promessa futura che non ha iniziato a mettere in pratica ora? Questo tema vale più della legge elettorale o di una possibile alleanza con Vannacci.