Tre identità false, tre redditi di cittadinanza taroccati e novemila euro spesi in pasticceria. M. B., 59 anni, aveva trasformato il sussidio pubblico in una carta fedeltà per cassate, torte e confezioni regalo a base di glassa e frutta candita. Peccato che, secondo gli investigatori, dietro quei tre nomi inventati ci fosse sempre lui.
E i dolci? Non li avrebbe mangiati. Troppi persino per il più ostinato dei golosi. Sarebbero finiti invece sulle scrivanie di avvocati, commercialisti e altri professionisti con i quali il cinquantanovenne intratteneva rapporti di amicizia e di affari. Pensieri gentili, insomma. A spese dello Stato. Il presunto gioco delle tre carte (d'identità) è stato scoperto dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza, diretto dal colonnello Eugenio Bua. L’inchiesta, coordinata dalla Procura, è partita da alcune anomalie emerse incrociando i dati disponibili sui percettori del Reddito.
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Il successo ispira l’invidia, l’invidia genera rancore, il rancore produce menzogne. Funziona così, p...Le Fiamme Gialle hanno “individuato – è spiegato nelle informative – le tre carte sulle quali venivano accreditati i benefici” e ne hanno ricostruito “i movimenti finanziari”. Il denaro ha poi indicato la strada più... profumata: quella che conduceva dritta a una nota pasticceria della zona. Ventidue pagamenti, per un totale superiore ai novemila euro. Una scorpacciata finanziaria più che alimentare, visto che cassate, torte e altri prodotti sarebbero stati acquistati per fare regali per compleanni, ricorrenze e feste varie. Le tre tessere, intestate a persone differenti, passavano con una certa disinvoltura nello stesso esercizio commerciale pur se a presentarle era sempre lo stesso soggetto. Secondo l’accusa, M. B. avrebbe creato tre identità inesistenti, procurandosi altrettante carte d’identità da utilizzare per presentare le domande e incassare i benefici. Tre cittadini fantasma, tre sussidi reali. Nomi diversi, documenti distinti, un’unica mano alla cassa. M. B. è nome già noto alle forze dell’ordine e risulterebbe imparentato con una potente ’ndrina attiva nel Vibonese. La Procura di Vibo Valentia ha chiesto il blocco delle somme intasczate senza averne diritto. Il Tribunale ha disposto un sequestro preventivo superiore a 12.500 euro, eseguito su beni mobili e immobili riconducibili all’indagato. Dopo i vassoi, dunque, sono arrivati i sigilli.
La vicenda entra in una contabilità calabrese già affollata di imbroglioni e truffatori. Nel maggio 2020, l’operazione “Mala Civitas” della Guardia di Finanza di Reggio Calabria portò alla denuncia di 101 boss e gregari che avevano riscosso il reddito di cittadinanza. L’Inps avviò il recupero di circa 516mila euro e gli accertamenti impedirono l’erogazione di altri 470mila. Qualche mese dopo, “Jobless Money 2” fece emergere cinquanta percettori privi dei requisiti tra Rosarno e Gioia Tauro. I carabinieri controllarono 1.500 posizioni, imbattendosi in condannati per mafia e familiari di esponenti della cosca Bellocco-Pesce. A Crotone, nel febbraio 2021, la Guardia di Finanza denunciò altre quattordici persone. Il conto dei sussidi contestati superava i centomila euro. Nel Vibonese, stavolta, il presunto trucco aveva un sapore più dolce: inventare tre persone, incassare tre redditi e convertire una fetta di denaro pubblico in doni per avvocati, commercialisti e conoscenti. Un sistema confezionato con cura. Poi la Guardia di Finanza ha seguito le briciole, come Pollicino. E ha scoperto il marcio.




