L’ultima ridotta dei progressisti è un capovolgimento quasi voluttuoso, un’autosconfessione piena e integrale in ogni senso possibile. Non è la bella morte, è la brutta sopravvivenza al grido di battaglia più oscurantista che ci sia: tutti sotto il burqa. È il velo islamico, l’ultimo feticcio a cui sono aggrappate le sinistre italiane, europee, occidentali, l’ultimo atomo di resistenza immaginaria da presidiare, a costo di non vedere l’abisso su cui si danza, che si chiama Medioevo coranico. Non gli importa, l’importante è che sia qualcosa, nella fattispecie qualcosa di Altro rispetto al barbaro uomo bianco occidentale, il “colpevole quasi perfetto” nella tabella dei valori di questo neoprogressismo oscurantista secondo il filosofo Pascal Bruckner.
E allora Laura Boldrini si esercita in maratone tivù dove assicura, munita di righello, che nelle scuole italiane si avvista solo l’hijab, il velo che lascia scoperto parte del capo, ignorando quel che si vede a Mestre, quel che si vede a Monfalcone, quel che si vede in tantissime periferie e non solo: il volto di ragazze e bambine completamente oscurato, e con esso la loro dignità irripetibile. Repubblica ci racconta commossa che «il Paese è migliore grazie a Fatima e Alì», intendendo gli alunni non italiani, e sfuggendo il punto drammatico: come vive, Fatima? Si autodetermina, viene a scuola velata, e nel caso per imposizione, può seriamente intraprendere un percorso di vita ambizioso quanto quello di Alì, nelle scuole-ghetti che esistono ora, dove ormai la prassi culturale e di vita è antitetica a quella occidentale, concezione della donna in primis?
Ma è tutto il circolino politico-giornalistico della gauche a struggersi per l’attacco del governo alla libertà di essere oppresse, ultimo stadio ossimorico del progressismo contemporaneo. È una battaglia ormai espressamente di retroguardia, l’intellettuale francese Pierre-André Taguieff l’ha battezzato per tempo “islamo-gauchismo”, è la malattia mortale della sinistra. La stessa (?) che un tempo vagheggiava di avere il vento in poppa della dialettica, che perseguiva un progetto di emancipazione, ovviamente distopico e totalitario, addirittura calato in una filosofia della storia, il marxismo, anzi imposto da essa. Franata quest’illusione assassina per sentenza della stessa Storia che si voleva divinizzare, la sinistra occidentale non si è persa d’animo.
All’opposto, ha inaugurato un restyling dell’anima, ha archiviato il partito dei rivoluzionari di professione e si è fatta, secondo l’immagine del grande pensatore cattolico Augusto Del Noce, «partito radicale di massa». È stata la mutazione ultra-dirittista (con annessa inflazione della nozione nobile di “diritto” e sua con-fusione finale con qualunque desiderio) e ultra-laicista che ha trasferito di peso la sinistra dalla fabbrica all’aperitivo arcobaleno della ZtL. E lì è stata la fine: riducendosi a birignao Woke, la sinistra ha sposato l’odio di sé, ha fatto del rifiuto della tradizione occidentale la ragion d’essere. Fino al paradosso finale: l’agenda dei “diritti” diventava, senza soluzione di continuità, l’agenda della sharia. Il burqa come ultimo baluardo, contro l’Occidente colonialista e sfruttatore.
In Francia, la sinistra di Mélenchon si presenta dichiaratamente come cartello antagonista e filo-islamista.
Elif Eralp, la neosindaca musulmana di Berlino, ha un programma islamo-socialista che prevede tra l’altro di abolire il divieto di velo per chi lavora nell’amministrazione pubblica. Il suo modello rivendicato è Zohran Mamdani, il sindaco di New York che ha giurato sul Corano. Dal partito radicale di massa al partito islamico. È il burqa definitivo steso sulla storia di quello che, con abitudine mal riposta, ci ostiniamo ancora a chiamare “progressismo”.




