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Quelli diventati premier senza neanche candidarsi

di Pietro Senaldigiovedì 15 ottobre 2026
Quelli diventati premier senza neanche candidarsi

4' di lettura

Racconta chi c’era che Giuseppe Conte divenne premier a sua insaputa, una domenica di primavera. Luigi Di Maio e Matteo Salvini erano a Milano, a redigere il programma del governo gialloverde e a lavorare per lui, che sperava al massimo di diventare il ministro dell’Amministrazione Pubblica; un premio per essersi speso in campagna elettorale in incontri e attività di scouting della futura classe dirigente pentastellata. Per Palazzo Chigi era stato designato l’economista Giulio Sapelli, che convinceva anche la Lega ma che non seppe tenersi il cecio in bocca e si bruciò da solo. I grillini allora avanzarono il nome del professore di riserva e i leghisti, che avevano ottenuto nelle urne la metà dei voti non poterono che accettare. Essendo l’avvocato in pochette un perfetto sconosciuto della politica ed essendo M5S il partito dell’incompetenza al potere come rivendicazione identitaria, nessuno aveva argomenti solidi per opporvisi.

Fu così che Conte ricevette la telefonata fatale quando era al mare, appena uscito dall’acqua: «Vieni su a Milano, i leghisti vogliono conoscerti. Dai che ti facciamo premier». Pare che la risposta fu: d’accordo, ma il biglietto me lo pagate voi. Da allora, l’avvocato ci è costato un patrimonio; non nel senso che se lo è messo in tasca beninteso, l’ha solo gettato al vento con provvedimenti costosi e inutili, visto che il risultato finale del suo doppio mandato è stato un Paese impoverito, malgrado bonus monopattini e reddito di cittadinanza. Giorgia Meloni non gli ha ricordato l’episodio nel suo doppio intervento in Parlamento, ieri; però un sassolino dalla scarpa ha voluto toglierselo. «Voi grillini siete tanto arrabbiati perché se ai tempi fosse stata in vigore la nuova legge elettorale, che vi impone di indicare programma e candidato premier prima di andare al voto, il vostro Conte non sarebbe mai andato a Palazzo Chigi», ha attaccato la presidente del Consiglio, attirandosi una gragnuola di critiche dai Cinque Stelle.
Guai ricordare le sue umili origini politiche all’uomo che ha saputo innalzarsi fin sopra “l’Elevato” Beppe Grillo. Guai pungolare il grande permaloso. L’ironia non è il suo forte. «La premier non ha letto la sua legge elettorale, che stabilisce che l’indicazione del capo del governo non è vincolante per il presidente della Repubblica», che deve dare l’incarico per Palazzo Chigi, ha replicato impettito Giuseppi. «Studi meglio», la raccomandazione del giurista, che però in questo caso si candida alla parte dell’avvocato delle cause perse. Se la legge elettorale non vincola il Quirinale nella scelta del presidente del Consiglio, il ricorso di incostituzionalità preparato dal campo largo contro la norma non ha senso né basi solide. Punto nell’orgoglio, per pura vanità, senza accorgersene l’avvocato del popolo è diventato il miglior avvocato difensore della norma che il suo campo osteggia.

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Ma al di là del discorso personale, la stoccata della premier coglie nel segno. La storia ne è la prova indiscutibile, ma la cronaca ne è la conferma che chiude ogni possibile discussione. Il campo largo, che difende la Costituzione senza conoscerla e adattandola alle proprie esigenze, ritiene che il sale della nostra democrazia stia nel fatto che gli elettori d’area progressista debbano recarsi alle urne con il giallo su quali saranno gli effetti del loro voto, senza cioè sapere prima chi mandano a Palazzo Chigi. Il finale aperto è la particolarità italica delle consultazioni politiche, ciò che fa della nostra Carta “la più bella del mondo”, come sono soliti ripetere da sinistra. Votazioni thriller. Sia chiaro, questo non avviene per amore delle sorprese, ma perché consente al folto schieramento della sinistra, quando non viene sbaragliato dal voto, di manovrare alla faccia degli elettori per consegnare il governo a uno che lo amministri per tutta la compagnia e a tutti distribuisca. Il caso di Conte è forse uno dei più virtuosi, anche perché quando è andato a Palazzo Chigi la prima volta non è arrivato da sinistra. Gli altri, sono molto peggio.

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Negli oltre trent’anni di questa Seconda Repubblica infatti, il solo premier progressista eletto è Romano Prodi, l’ultima volta ormai vent’anni fa e forse per questo, tempo due anni sgambettato e cacciato regolarmente da chi doveva sostenerlo. La vittima più illustre di questa barbara pratica peraltro fu proprio M5S, anche se prima di Conte esso era tutt’altra cosa. Alle Politiche del 2013 la creatura di Grillo risultò il primo partito, ma Palazzo Chigi andò al Pd: prima a Enrico Letta, poi a Matteo Renzi, che neppure era in Parlamento, quindi a Paolo Gentiloni. Questione di equilibri parlamentari. Allo stesso modo, quindici anni prima, abbiamo avuto il primo, e per fortuna finora unico, presidente comunista della storia, Massimo D’Alema, praticamente auto-insediatosi dopo la cacciata di Prodi, e poi dimissionario, dopo una robusta bocciatura alle urne delle Amministrative, a beneficio di Giuliano Amato, altro nominato, nonché residuato della Prima Repubblica. Soprattutto, con questa storia della mancata indicazione del presidente del Consiglio da parte delle coalizioni che si presentano al voto, per due volte Silvio Berlusconi è stato fatto cadere da premier da manovre di Palazzo. La prima a beneficio di Lamberto Dini, che era ministro del Cavaliere ma si prestò al tradimento. La seconda a favore di Mario Monti, ex commissario Ue berlusconiano che seppe sedurre, o farsi sedurre da Giorgio Napolitano. Tutte le due esperienze divennero poi partiti politici bocciati dagli elettori. L’ultimo non votato in carica è il supertecnico Mario Draghi. Con il massimo rispetto, ma da Silvia Salis a Roberto Gualtieri, da Gaetano Manfredi a Pierluigi Bersani, le opzioni che si presentano adesso per un premier che esce dal cappello dopo il voto, sembrano tutte di profilo più basso rispetto a quanto abbiamo già visto.