Un gruppo di esseri umani. Uno spazio ristretto. Una minaccia. Sono l’innesco, come si dice in linguaggio tecnico, della trama di un horror psicologico. Così come nei delitti della camera chiusa (nel caso del genere giallo), a far nascere e a tenere alta la tensione è uno dei motori primi dell’animo umano: il sospetto. Una reazione atavica, stimolata da una delle aree più antiche del nostro cervello, l’amigdala. Così scorre l’adrenalina, l’ormone della paura e dell’istinto di sopravvivenza. Se poi la minaccia è in un contesto isolato, come una capanna nei boschi o un’imbarcazione a metà dell’oceano, gli ingredienti sono quelli di una tragedia. «Mi chiamo Arthur Gordon Pym», esordisce il protagonista dell’omonimo romanzo di Edgar Allan Poe, l’unico di questo disturbante maestro della psiche. Quali dinamiche si possono scatenare quando ognuno è un potenziale pericolo per l’altro?
La letteratura ce lo illustra diffusamente. Tutta l’arte, per la verità, a partire da La zattera della Medusa di Théodore Géricault, quel livido groviglio di carni alla deriva. Lo spettatore proietta i propri terrori primordiali sullo schermo di una tragedia altrui, vera o potenziale. Scatta un meccanismo d’identificazione e il faro dell’attenzione generale si punta su quel veicolo galleggiante, nel nostro caso la nave da crociera MV Hondius, portatrice del virus delle Ande, sei casi confermati, tre morti, in una lotteria di 150 passeggeri. In una drammatizzazione della vicenda si terrebbe conto della psicologia dei personaggi, ce ne sarebbero di buoni e di cattivi, di pavidi e di solidali, perché l’arte riproduce, con i suoi canoni, la realtà, e noi possiamo immaginare che a bordo della nave olandese ci sia un po’ di tutto; aggiungendo poi le differenze linguistiche, culturali, etniche.
Hantavirus, c'è un americano contagiato: esplode il caso quarantena
C'è un contagiato americano da Hantavirus. Il dipartimento della Salute e dei Servizi alla persona degli Stat...Ora, immaginiamo di essere un passeggero, uno che si è fatto già cinque settimane di crociera e magari aveva ormai la testa diretta verso casa. Vede delle persone, più o meno distanti da lui, stare male. Poi il comandante lo convoca in una sala dove annuncia pubblicamente a tutti che altri passeggeri sono morti. Se è una persona ansiosa e che ha visto molti film penserà ad Alien (tutti e cinque i film), ma forse anche a Odissea nello spazio, dove un astronauta rimane da solo a viaggiare verso i confini dell’universo. Se è un lettore forte di classici, oltre al già citato Poe gli verranno in mente svariate storie in cui dei sopravvissuti si sono fatti fuori a vicenda, come nell’antefatto dell’Isola del dottor Moreau di Herbert G. Wells.
«Le mie erano visioni di naufragi e di fame, rimorchio di prigionia in mezzo a orde barbariche, di un’esistenza trascinata tra lacrime e dolori su qualche scoglio grigio in un mare inaccessibile e sconosciuto. Quelle visioni o desideri, poiché mi è stato spiegato che di desideri si trattava, e che sono comuni alla vasta schiera dei malinconici, in quel periodo li consideravo come profezie di un destino che ero obbligato a seguire». Così Gordon Pym. Il microcosmo di una barca alla deriva è la provetta dentro cui si agitano non solo i virus, ma gli esemplari stessi della civiltà umana. Immaginiamoci il nostro passeggero. Gli diranno che cosa fare e che cosa non fare. Forse rimarrà dubbioso. Avrà a disposizione due tipi di fonti: quelle interne, dirette, quasi immediate. E quelle che riverberano dallo spazio, dai satelliti dove già rimbalza tutto e il contrario di tutto, il flipper delle supposizioni, il ping pong delle opinioni. Il virus si sparge non solo per contatto, ma nell’aria, sostiene un assertivo e aitante esperto dell’università di Harvard. È poco contagioso, ribadisce da un altro canale il virologo dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Il viaggiatore sarà rinchiuso anche nelle gabbie statistiche, inquadrato per sesso, età, nazionalità, provenienza, direzione. Intorno e sopra di lui c’è costruita tutta una gerarchia; d’ora in poi risponderà solo ai comandi. L’ipotesi ammutinamento è, in effetti, troppo letteraria e lontana. Gli diranno del periodo d’incubazione, della quarantena. Ci saranno delle supposizioni sui tempi, che potranno variare dalle quattro alle otto settimane. Questo rimodulerà anche i rapporti con gli altri malcapitati. Condivisioni forzate degli spazi. Isolamento nell’isolamento.
Simpatie e antipatie si faranno più marcate. Sì disegneranno divisioni, scelte di campo e alleanze. Si vedrà svilupparsi la dinamica politica di base. Ognuno dovrà apparire più per quello che è, calare la maschera delle occasioni sociali. Sarà richiesta una diversa tolleranza e perfino uno spirito di collaborazione. Il tempo della vacanza, del vuoto, sarà sostituito da quello della sopravvivenza, che è il lavoro per eccellenza di ogni essere vivente. Dopotutto siamo nel sottogenere dell’horror biologico. Il nemico è l’estraneo a bordo. Ma se alla lunga tutti rimaniamo estranei gli uni agli altri, quale salvezza ci resta davvero?




