Jannik Sinner e la maledizione cancellata: già nel 1960...

di Leonardo Iannaccilunedì 14 luglio 2025
Jannik Sinner e la maledizione cancellata: già nel 1960...

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Alza la coppa, Jannik. Alzala al cielo perché la vedano tutti i campioni che ti hanno preceduto sul trono più affascinante che la storia del tennis ricordi sin dal 1877, anno d’inizio del romanzo di Wimbledon. L’essere diventato il primo italiano a trionfare sull’erba sacra dell’All England Tennis and Croquet Club dopo 139 edizioni di malinconico digiuno, è un’impresa leggendaria. I 140esimi Championship hanno regalato un attimo fuggente che resterà ben impresso nella memoria di chi vive lo sport come momento in grado di raccontare storie bellissime.

Lo hanno applauditi tutti il magnifico Sinner durante la cerimonia, il principe William dal palco reale ha perso il solito aplomb per guardare negli occhi il nostro fuoriclasse mentre Kate stava scendendo sull’erba a premiarlo. Per Jannik, al termine di una finale esaltante, è arrivata una standing ovation colossale: i freddi inglesi hanno mostrato un’ammirazione totale per questo ragazzo spuntato pochi anni fa dalla Val Pusteria quasi fosse un cavaliere solitario, un giovane Clint Eastwood nato per vendicare quegli italiani sempre ricacciati da questo slam, per stupire e per regnare in uno sport che - Pietrangeli e Panatta ci perdonino - non si è mai goduto un fuoriclasse italiano simile.

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Serviva a Sinner un’ultima magia per entrare nel club dei grandissimi, laddove Rod Laver e Bjorn Borg, Pete Sampras e John McEnroe, e poi i Big Three, Federer, Nadal e Djokovic, hanno reso il tennis pura arte. Serviva vincere una finale contro l’alter-ego più acerrimo, quel Carlitos Alcaraz che l’aveva battuto per nove volte, cinque nelle ultime cinque disfide. Lo spagnolo stava diventando una sorta di tabù nella mente di Jannik, uno spiritello maligno che disturbava il suo modo di pensare e di vivere il tennis. E invece ieri pomeriggio, in una Londra assolata e dolce, Sinner ce l’ha fatta sotto gli occhi commossi di mamma Siglinde e quelli orgogliosi di papà Hanspeter e del fratello Mark.

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Ha finalmente infranto la maledizione Alcaraz, quella che lo infastidiva di più e ne minava le certezze come un tarlo fastidioso complicato da scacciare. Dopo due Australian Open e un Flushing Meadows, Jannik ha fatto poker in fatto di slam al termine di una serata che questo circolo esclusivo a nord di Londra non dimenticherà tanto facilmente. «Wimbledon era il torneo che vedevo in televisione da bambino, vincerlo sarebbe un sogno», aveva detto alla vigilia. Quel sogno è diventato realtà e la coppa che è stata nelle mani di leggende di questo sport la stringe ora il campionissimo del nuovo tennis che, grazie al cielo, è italiano.
Il Centre Court era sempre stato off-limit per i nostri tennisti, prima dell’avvento della Volpe Rossa. Lo diceva la storia e, si sa, la storia ha sempre ragione ma Jannik è riuscito persino a smentirla.

Non ce l’aveva fatta, negli anni Sessanta, Nicola Pietrangeli, qui giunto sino alle semifinale persa contro Rod Laver nel 1960. Disco rosso per Adriano Panatta nel 1979 quando aveva perso in modo beffardo, nei quarti, battuto dall’americano Pat Dupre. Si era arreso in finale Matteo Berrettini nel 2021 contro un ancora tonico Nole Djokovic, un ko giunto a poche ore dall’incredibile europeo di calcio vinto dalla azionale di Roberto Mancini nel vicino stadio di Wembley. Mentre Jas Paolini aveva visto svanire tutto nella finale persa, dodici mesi fa, contro la ceca Barbara Krejcikova.

Sinner ha santificato la sua giornata più bella perché vincere a Londra, stupire Church Road e scrivere il proprio nome sulla coppa dell’All England Club che, da ieri, ha lo fatto socio come lo sono tutti coloro che hanno vinto i Championship, è un’incantesimo. Dopo il cerimoniale finale, Jannik ha guadagnato l’uscita dal Centre Court rimiranfo la celebre frase, tratta dalla poesia If di Kipling, che è scolpita da dempre nel corridoio dei campioni: «Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro, e trattare quegli impostori nello stesso modo». Ed è stato allora che il nostro fuoriclasse, con i nervi strofinati, si è perso in un mare di felicità.