La marea di uomini, donne, bambini, vecchi e vecchissimi accorsi ieri mattina davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio a Milano racconta tante cose, tutte decisamente rimandabili a Franco Baresi, leggenda del calcio. La prima è tutta per “il giocatore”, già Kaiser Franz: solo i fuoriclasse sono in grado di radunare così tanta gente in un rovente giorno agostano, tifosi del Milan e non solo, ché Baresi in quanto tale è diventato simbolo del calcio intero. Poi però c’è dell’altro, perché per fare la storia, per diventare eterni, non bastano i trofei, le grandi partite, le scivolate a salvare la propria squadra, gli interventi da gigante, la collezione di coppe. Serve molto di più. Quel “più” Franco Baresi ce lo ha messo “quel giorno”: il Milan retrocede in Serie B per questioni extra-campo, mezza rosa si dilegua e lui che pure ha offerte a profusione -, sceglie di restare sul vascello rossonero in tempesta.
Poi arriveranno le vittorie, la gloria, gli “Invincibili” e tutto il resto, ma è esattamente lì che Franco Baresi da Travagliato è diventato “per sempre”: davanti al bivio tra la decisione più comoda e quella scomodissima. Ha scelto di caricarsi sulle spalle il rosso e il nero e così si è guadagnato l’eternità, quella rappresentata da un fiume di “orfani” che intonano “C’è solo un capitano” e “You’ll never walk alone”.
Quello che abbiamo visto ieri capita raramente e quasi mai per personaggi schivi come Franco Baresi, uno che non ha mai detto “ué, io sono Baresi”, non è mai stato schiavo dell’apparenza, non ha mai chiesto niente e, anzi, appena ha potuto si è fatto da parte con l’umiltà tipica dei giganti. E però quel giorno, quello brutto e tempestoso che oggi il 99% dei giocatori trasformerebbe in una telefonata al procuratore («Leviamo le tende da qui e pure in fretta») il Piscinin ha scelto con naturalezza di tatuarsi addosso la maglia e fottersene del rischio: ecco, quel giorno del lontano 1980 Franco Baresi ha vinto più molto di una Coppa Campioni o un’Intercontinentale, ha vinto l’eternità.




