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Il codice penale compie 100 anni. Cambiarlo si può, ecco come...

Se si vuole immaginare una riforma complessiva, bisogna ottenere un parere positivo preventivo dagli elettori. La strada maestra per riformarlo
di Nicolò Zanonmercoledì 5 agosto 2026
Il codice penale compie 100 anni. Cambiarlo si può, ecco come...

3' di lettura

Il nostro Codice penale, ha osservato il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, si avvicina al traguardo dei cento anni, essendo stato approvato nel 1930. È vero che ha subito nei decenni varie modifiche, ma l’impianto è rimasto quello che gli diede un legislatore d’eccezione, Alfredo Rocco, ministro della Giustizia durante il regime fascista, giurista di cui nessuno, nemmeno i più tenaci antifascisti, ha mai negato il valore. I tempi però cambiano e la società evolve, il modo di pensare delle persone muta. Le leggi, ovviamente, devono adeguarsi ai cambiamenti. Nel settore della giustizia e del diritto penale questa esigenza è fortissima, e costituisce un aspetto centrale del funzionamento della democrazia rappresentativa. Il Parlamento, eletto dai cittadini, ha (o dovrebbe avere) le antenne per captare le richieste di sicurezza e protezione che vengono dai cittadini, traducendole in regole, ovviamente nel rispetto della Costituzione.

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CASO ROGGERO
Il recente caso Roggero ne è solo un esempio, tra i tanti possibili, e possono toccare aspetti diversi (il carcere, le pene, la custodia cautelare ecc.). Ma la vicenda Roggero, più di tutte, ci ha interrogato su questioni formidabili: fino a che punto ci si può difendere da soli contro gli attacchi ingiusti alla nostra vita e al nostro patrimonio? Come adeguare regole di civiltà ineliminabili, quelle che segnano i confini della difesa legittima e che impediscono il far west per le strade, alle nuove richieste di protezione che molti reclamano? Intervenendo sulla vicenda, il Presidente Mattarella ha sottolineato che non si dovrebbe cercare di adattare la legge ad ogni singolo caso concreto, foss’anche quello che più ha attratto l’attenzione della pubblica opinione. Regola aurea e saggia: correndo dietro alle singole emergenze, la legislazione assumerebbe tratti schizofrenici e disordinati. Ciò contraddirebbe lo scopo stesso delle leggi, che è quello di fornire regole di carattere generale, cioè valide per tutti, e possibilmente stabili nel tempo, per dare certezza ai cittadini. La legislazione penale degli ultimi decenni, invece, ha spesso esibito difetti opposti: carenza di visioni coerenti e organiche, scelte (spesso oscillanti) dettate dall’ultima emergenza di cronaca, creazione parossistica, e forse inutile, di nuovi reati.

Ma allora: ha senso porsi adesso, qui e ora, il problema di una revisione organica e razionale, adattata ai tempi nuovi, del nostro diritto penale? Se ne può seriamente parlare in questo momento, viste le condizioni del nostro sistema politico, diviso e polarizzato come non mai, oltretutto nell’ultimo anno di legislatura, quando sembra essere già iniziata una durissima campagna elettorale?

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La risposta potrebbe essere facilmente negativa. Il compito di rivedere un codice complesso come quello penale è arduo, e richiederebbe un clima, politico e culturale, ben diverso da quello attuale, con un contributo non solo della politica, ma delle migliori competenze del settore – penso all’Università, all’avvocatura penale, alla magistratura. Realisticamente, che fare? L’alternativa è rinviare tutto a dopo le elezioni. Chi prevarrà potrà, se lo ritiene, iniziare a pensare a un cammino verso riforme organiche. La domanda, piuttosto, è: le diverse forze politiche che si presentano alle elezioni non dovrebbero illustrare agli elettori, prima del voto, un loro complessivo e coerente programma di politica penale? Cosa si vuole? Solo per fare esempi: più o meno carcere? Pene più miti (ma sicure) o un inasprimento generalizzato delle sanzioni?

POPULISMO
So che le osservazioni contrarie a questa prospettiva sono robuste: il diritto penale è materia troppo delicata per lasciarla alle competizioni elettorali e alle inevitabili strumentalizzazioni che ne derivano. Il “populismo penale”, la retorica del “buttare la chiave” della galera, insomma le facili soluzioni che fanno ottenere qualche voto in più, sono i peggiori nemici delle garanzie costruite da una civiltà giuridica secolare, che la nostra Costituzione, anche in materia penale, ha consacrato. Concordo completamente. Ma osservo che dagli elettori bisogna comunque passare. Il diritto penale incide sulla vita delle persone, non è solo arida tecnica. Perciò, se si vuole immaginare una riforma complessiva, bisogna che essa ottenga un preventivo favore nelle urne. Non certo sui dettagli, che spettano ai tecnici, ma sull’ispirazione di fondo. La democrazia funziona così.