In Formula 1 vince l’uomo, il singolo, il campione. Ma dietro al risultato finale, nella storia del motorsport c’è sempre stata una squadra. Un pool composto da ingegneri, progettisti, meccanici e gommisti che sono la base di un trionfo. Il mondiale che, dopo l’impresa di Austin, Kimi Antonelli andrà a formalizzare a Città del Messico domenica prossima (ore 21 italiane), laddove gli basterebbe arrivare nono anche se George Russell vincerà, è a un passo: al Peter Pan di Bologna mancano solo 2 punti (ne ha 365 contro i 242 di Russell e 241 di Hamilton) per toccare il cielo con un dito. Potrebbe anche accontentarsi di un risultato peggiore del nono posto a patto che i due rivali non vincano. Impossibile, poi, non riesca a farli nelle tre restanti gare dopo il Messico, in Brasile, Qatar o Abu Dhabi. Ma è nella terra dei sombreri che si stanno già preparando i festeggiamenti con tutta la famiglia Antonelli - da papà Marco a mamma Veronica sino alla sorellina Maggie - pronta a celebrare il ventenne Kimi che diventerà il campione del mondo più giovane.
IL TEAM
Un merito va anche al team che gli ha consentito di griffare questo campionato di Formula 1 e di piegare rivali del calibro di Max Verstappen e Lewis Hamilton, due satanassi che sommano 11 titoli iridati. Leclerc continua a non arrendersi, lotta ma perde con una Ferrari dal motore poco potente. Già, fa difetto proprio la power-unit, storicamente un vanto tecnologico delle Rosse che vincevano con Lauda e Schumacher. Il pool che ha costruito la Mercedes W17 dominante, dicevamo, è un blocco granitico composto da ingegneri che lavorano facendo gruppo, non come accade a Maranello dove spifferi maligni indicano tecnici poco collaborativi. La cosa buffa è che in Mercedes, sotto la dittatura di Toto Wolff, ovvero l’uomo che ha scoperto a 12 anni il talento di Antonelli, lavorano ingegneri per la gran parte italiani. E, fatto surreale, molti ex della Ferrari allontanati da Maranello perché ritenuti (sic...) poco vincenti.
È il caso di Fabrizio Resta, imolese, ingegnere assunto da Maranello nel 2001 e allontanato in ben due occasioni dai team manager che imperavano allora: da Mattia Binotto la prima volta e da Fred Vasseur la seconda. Era troppo bravo o dotato di eccessiva personalità, paradossalmente, Fabrizio? Lui non ha mai capito il motivo delle due cacciate, così si è accasato in Mercedes per progettare la W17 che ha dominato quest’anno (12 le vittorie, 9 di Antonelli e 3 di Russell). È stimatissimo nel box della Stella e, a Monza, Toto Wolff ha spedito lui sul podio con Kimi per sottolinearne l’importanza nel team. Se Resta è il papà tecnologico della Mercedes dominante, Lorenzo Sassi, pure lui ex Ferrari, è il mago che ha progettato la power-unit ibrida che sta umiliando tutta la concorrenza. È in Mercedes dal 2018, accolto da Toto Wolff dopo la misteriosa cacciata da parte dei vertici di Maranello.
La fuga dei cervelli dalla Squadra Corse Ferrari che non vince un titolo dal 2007 ha compreso anche Giacomo Tortora che ora di mestiere fa il Director of Engineering. Dove? Ma in Mercedes, naturalmente. E lo fa benissimo. Infine, ecco Riccardo Mosconi, responsabile del fondamentale centro simulazioni della forte scuderia tedesca: lui non ha lavorato per Fred Vasseur e non è mai stato preso in considerazione da Maranello, un po’ come Kimi bambino, rifiutato dalla Ferrari. Non sarà un caso se questi quattro geni italiani della tecnologia applicata alla Formula 1 non sono ai box della Ferrari che non li ha mai considerati degni di progettare le Rosse. Ma quattro indizi non fanno una prova inconfutabile?




