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Prodi (con mezzo Ulivo) contro la legge elettorale

di Fausto Cariotimartedì 27 ottobre 2026
Prodi (con mezzo Ulivo) contro la legge elettorale

3' di lettura

Ci voleva Giorgia Meloni per rimettere d’accordo Romano Prodi e Massimo D’Alema. I due ex premier sono nell’elenco dei trecento “cittadini” che hanno firmato i ricorsi presentati ieri nei tribunali di venticinque capoluoghi di distretto di Corte d’appello, allo scopo di attivare la Consulta contro la legge elettorale. Operazione che ha subito trovato giudici pronti a prenderla in considerazione. Roberto Zaccaria, della «rete civica» che l’ha promossa, e l’avvocato Pietro Adami, coordinatore dei 110 legali che se ne sono fatti carico, hanno fatto sapere che è stata già messa in calendario la prima udienza: appuntamento il 16 dicembre al tribunale di Trento. Facile prevedere che se ne aggiungeranno altre e «non è detto che la prima a essere fissata sia la più imminente», ha sottolineato Adami.

TRENT’ANNI DOPO
A scorrere l’elenco dei ricorrenti, il colpo d’occhio è quello di una fotografia del governo dell’Ulivo, trent’anni dopo. «Il più illustre», dice Zaccaria, che proprio da quella maggioranza fu fatto presidente della Rai, ovviamente «è Romano Prodi», che nel 1996 portò l’alleanza di centrosinistra a Palazzo Chigi. Con lui ci sono D’Alema, che gli succedette come presidente del consiglio, e tre ministri: Rosy Bindi (Sanità), Pier Luigi Bersani (Industria, poi Trasporti) e Livia Turco (Solidarietà sociale). Tutti sarebbero tornati al governo con l’Unione, nel 2006. C’è dell’umorismo involontario, insomma, nelle parole dell’avvocata Anna Falcone, una dei promotori dei ricorsi, quando afferma che «non abbiamo un colore politico». Lo stesso Zaccaria, del resto, dice che «la società civile raccoglie il bastoncino della staffetta da chi ha fatto opposizione parlamentare». Nella lista dei personaggi noti appaiono pure Fausto Bertinotti, il segretario della Cgil Maurizio Landini, il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, Lucia Annunziata e un cartello di intellettuali e artisti tra cui Massimo Cacciari, Marco Revelli, Gianrico Carofiglio, Tomaso Montanari, Monica Guerritore e Marisa Laurito.

L’ipotesi di voto anticipato tra aprile e giugno è concreta e l’obiettivo dei promotori è evitare che si vada a votare con la legge così come è stata approvata dal parlamento. Se a Trento, o altrove, un giudice riterrà fondata la questione, rimetterà gli atti alla Corte costituzionale con un’ordinanza da pubblicare in Gazzetta ufficiale, poi ci vorranno venti giorni per costituirsi e almeno trenta di preavviso per l’udienza pubblica. In caso di voto in primavera, ha spiegato al Corriere della sera Giovanni Amoroso, presidente uscente della Corte, rispettando i tempi normali si rischierebbe di arrivare sul filo: per questo la Consulta si prepara a dimezzare i termini del proprio lavoro. Se le ordinanze arrivassero entro fine dicembre, l’udienza davanti ai giudici costituzionali potrebbe tenersi tra fine gennaio e febbraio, quando al vertice della Corte ci sarà Francesco Viganò, nominato da Sergio Mattarella. La rete di ricorrenti punta a ottenere una sentenza che smonti la legge entro la primavera, o comunque prima delle elezioni. Sarà, come già avvenuto in casi simili, una pronuncia «autoapplicativa»: ne uscirà, cioè, un testo con cui si potrà subito andare ai seggi, senza che occorra un intervento del parlamento.

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IL RUOLO DI MATTARELLA
Oltre a essere stati presentati simultaneamente, i ricorsi sono stati scritti su una traccia comune, preparata dal costituzionalista Enrico Grosso, ex presidente onorario del comitato «Giusto dire No» contro la riforma della giustizia. Sotto accusa c’è il premio di maggioranza, a numero fisso (70 deputati e 35 senatori) e con soglia al 42%, che Zaccaria definisce «abnorme». Il nodo «più grave», secondo lui, è comunque la combinazione tra l’indicazione del premier sulla lista e quel premio: «Si chiama premierato di fatto». Altri rilievi riguardano i capilista bloccati e le candidature multiple, la rappresentanza di genere e l’aumento delle firme per presentare le liste. Argomenti che, con l’eccezione di quello delle firme, sono stati smontati dallo stesso Giuliano Amato, anche lui reduce dell’Ulivo, nonché ex giudice costituzionale: «Il nome del candidato alla presidenza del consiglio non è neanche nella scheda, è un’indicazione politica...». Quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse del fatto che Mattarella abbia firmato subito la legge elettorale, segno che la ritenga non manifestamente incostituzionale, Zaccaria ha risposto che il presidente della repubblica «non è la Corte costituzionale e forse l’ha promulgata con grande rapidità per agevolare i ricorsi. Non sarà questo il motivo, ma questa è la mia speranza».