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Rimpatri, scure italiana sui Paesi Ue che non collaborano: gli estremi rimedi

di Fausto Cariotimercoledì 5 agosto 2026
Rimpatri, scure italiana sui Paesi Ue che non collaborano: gli estremi rimedi

4' di lettura

Nel linguaggio della diplomazia internazionale si chiama «condizionalità economica». In sostanza: basta aiuti a chi rifiuta di riprendersi i propri cittadini entrati illegalmente nei Paesi europei. È la linea italiana, portata ieri da Matteo Piantedosi al vertice in videoconferenza dei ministri dell’Interno Ue, convocato d’urgenza dopo i fatti di Ceuta. Una linea già concordata con altri Paesi dell’Unione. Il principio è semplice: chi rifiuta di riprendersi i propri cittadini irregolari perde i vantaggi economici concessi dalla Ue in termini di dazi, investimenti, partenariati. Nessun segreto su chi sia il primo destinatario: Piantedosi ha citato proprio il Marocco, che, «pur non collaborando sul fronte dei rimpatri, gode di importanti vantaggi nei rapporti commerciali con l’Europa» (tra i detenuti stranieri nelle carceri italiane i marocchini sono il 22,5%, la nazionalità più numerosa). L’Italia, ha ricordato il responsabile del Viminale, ha già chiesto in sede europea di usare questo approccio con il governo di Rabat. Lo strumento è il nuovo regolamento sul Sistema delle preferenze generalizzate (Gsp+), che entrerà in vigore il primo gennaio 2027 e lega i vantaggi tariffari alla cooperazione sui rimpatri.

LE RESPONSABILITÀ DELLA UE
Non è un lavoro che devono fare i singoli governi. «La forza contrattuale di ventisette Stati messi insieme è enormemente superiore a quella di ogni singolo Paese», ha spiegato Piantedosi ai colleghi, «e pertanto deve essere l’Unione europea nel suo complesso a negoziare». Se i Paesi terzi si rifiutano di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, «l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore». Insomma, occorre cambiare logica e non disdegnare le maniere forti: «È giusto utilizzare tutte le leve politiche ed economiche a nostra disposizione al fine di ottenere una reale e misurabile collaborazione, rivalutando anche i partenariati strategici con l’Ue», come quello che ha il Marocco, «alla luce dei livelli di collaborazione offerti». Per il governo italiano, ha aggiunto il ministro dell’Interno, è giunto il tempo che Bruxelles «metta in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure di asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri, superando i vecchi tabù ideologici». È il modello per il quale l’Italia ha fatto da «apripista» in Albania, con la differenza che i nuovi centri sarebbero finanziati con fondi Ue e regolati secondo il diritto europeo (rendendo così impossibile per i giudici nazionali usare le norme Ue per impedirne il funzionamento). Per il governo italiano queste strutture, realizzate solo in Paesi extra-Ue considerati «sicuri» per il rispetto dei diritti umani, «costituiscono il più forte deterrente possibile contro il traffico di esseri umani e contro i flussi irregolari».

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Il ministro dell’Interno ha avuto anche modo di duellare di fioretto con il suo omologo spagnolo, Fernando Grande-Marlaska. Dal punto di vista formale c’è stata la giusta dose di fair play. L’italiano ha assicurato che il ripristino dei controlli alle frontiere aeree e marittime con il Paese iberico non è «in alcun modo una misura rivolta contro la Spagna», e ha rammentato che dal 2006 la libertà di circolazione nello “spazio Schengen” è già stata sospesa quasi cinquecento volte lungo alcuni confini interni, anche da parte di Madrid. Grande-Marlaska, durante la discussione, si è astenuto dall’entrare in collisione con l’Italia (solo dopo, in conferenza stampa, definirà «completamente inutili e sproporzionati» i controlli italiani, chiedendo che siano revocati «immediatamente»). Piantedosi, però, ha voluto anche sottolineare che nel 2023, durante la crisi di Lampedusa, l’Italia «non ricevette la necessaria e prevista solidarietà», e dovette fare i conti con «il fortissimo attivismo delle navi delle ong, che raccolgono migranti nel Mediterraneo per condurli sistematicamente nei nostri porti». Difendere i confini europei, ha ricordato, è costato all’Italia «anche un processo penale a carico di un ministro della Repubblica»: riferimento esplicito al processo affrontato da Salvini per la vicenda Open Arms, ong spagnola con sede a Barcellona.

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CRITICHE A MADRID
Il commissario Ue agli Affari interni Magnus Brunner, esponente del Partito popolare austriaco, ha difeso la posizione italiana sul ripristino dei controlli: «Ai sensi del nuovo Codice Frontiere Schengen, gli Stati membri possono, in via eccezionale e temporanea, reintrodurre i controlli alle frontiere interne». Pur condividendo la tesi del governo di Pedro Sánchez per cui «le persone non sono riuscite a entrare nello spazio Schengen e la situazione di sicurezza alla frontiera è stata risolta rapidamente», ha avuto parole dure per la proposta spagnola di regolarizzare cinquecentomila migranti irregolari: «Non è un segnale positivo per il resto d’Europa».
Il commissario Ue ha anche confermato che gli hub per i rimpatri al di fuori dei confini europei sono «un’iniziativa legittima», e che pure l’esame delle procedure d’asilo può essere fatto al di fuori dell’Unione europea, «laddove il concetto di “Paese sicuro” lo consenta». A tirare le somme saranno Giorgia Meloni e gli altri leader dei Paesi Ue, al più tardi nel Consiglio europeo di ottobre.