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Nell'Umbria rossa la leggenda del partigiano azzurro

In "La banda del capitano Melis" Marcello Marcellini ricostruisce la vicenda romanzesca del bersagliere protagonista della resistenza in Umbria

Nell'Umbria rossa la leggenda del partigiano azzurro

di Marco Petrelli

Capitano dei bersaglieri pluridecorato, ispettore del CLN e capo di una delle formazioni partigiane più numerose e combattive dell'Umbria: questo era Ernesto Melis, una leggenda della guerra civile dimenticata poi dalla storia. La sua figura riemerge grazie ad uno scrupoloso lavoro di ricerca portato avanti dall'avvocato ternano Marcello Marcellini, autore de La Banda del Capitano Melis (Mursia 2013) che regala uno spaccato della resistenza tricolore, ovvero quei militari che, dopo l'8 Settembre 1943, restarono fedeli al re e al governo di Brindisi.

Militarmente inquadrata, osservante del codice di guerra e senza colori politici, la banda Melis metterà a dura prova i nervi dei tedeschi finché, nel dicembre 1943, le autorità d'occupazione arrestano i familiari del comandante minacciando di ucciderli qualora il capitano non si fosse arreso. Fingendo lo scioglimento dell'unità, Melis si sposta nelle Marche dove costituisce un reparto di italiani e soldati alleati evasi. Il CLN (Comitato Liberazione Nazionale) lo nomina ispettore per l'Umbria e le Marche, decisione quest'ultima contestata aspramente dai comunisti della Brigata Gramsci i quali, nel dopoguerra, verranno ricordati dalla storiografia locale come principali artefici della lotta di liberazione.

Poi la cattura da parte delle SS, la condanna a morte e la salvezza inattesa che arriva grazie al nemico più acerrimo, il Capo della Provincia di Perugia Rocchi, fascista che in cuor suo rispetta i "partigiani con le stellette" e che convince i nazisti di un cambiamento di fronte di Melis. Sembrerebbe la trama di un romanzo e invece è tutto vero. Vero come la vicenda degli slavi inquadrati nella Melis che, insofferenti alla disciplina, ideologicamente lontani dal capitano e indifferenti alle precauzioni prese dalla banda per evitare inutili rappresaglie, si sganciano presto costituendo il battaglione "Tito".

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