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Vladimir Putin pronto a una nuova guerra: ora tocca all'Armenia

di Andrea Morigimartedì 12 maggio 2026
Vladimir Putin pronto a una nuova guerra: ora tocca all'Armenia

3' di lettura

Dove ci sono russofoni, anche solo una minoranza, o dei cristiani ortodossi fedeli al Patriarcato di Mosca, quel territorio sarà rivendicato dal Cremlino. E non basta. Tutto intorno, per garantire la propria sicurezza, l’impero necessita di una fascia protetta. Quindi, no alle basi Nato e, soprattutto, nessuna tolleranza verso la presenza dell’Unione Europea ai propri confini. È la dottrina della Russkiy Mir – la “pace russa” o il “mondo russo”. Con quel pretesto, si giustificano le invasioni militari di Paesi vicini, come l’Ucraina, o l’attività di guerra ibrida, come sta capitando in Armenia.

Ieri il Regno Unito ha inserito nella propria lista nera 49 «redattori, traduttori e creatori di video che diffondono la propaganda menzognera del Cremlino» e dipendenti della Social Design Agency, che ha tentato di «creare organizzazioni filo-russe in Armenia e di esercitare influenza per un cambiamento di potere a profitto di figure russe» in previsione delle elezioni legislative del prossimo 7 giugno a Erevan.

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Lo aveva anticipato Sergei Lavrov, il potente ministro degli Esteri russo, lo scorso gennaio: la strategia del Cremlino è di «creare una cintura di buon vicinato e cooperazione nei Paesi stranieri vicini, all’interno dell’Unione Economica Eurasiatica, dell’Organizzazione del Trattato di Difesa Collettiva e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai». Chi non ci sta è considerato ostile.

Dopo il rifiuto del premier armeno Nikol Pashinyan di partecipare alla parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca, il Cremlino ha lanciato un avvertimento. Il presidente Vladimir Putin premette che «gli armeni traggono benefici significativi all’interno della Unione Economica Eurasiatica», ricordando il sostegno all’agricoltura, all’industria della trasformazione, l’esenzione da tariffe doganali e imposte, gli accordi sulle politiche migratorie. Tanto da fargli ipotizzare, «come principale partner economico», l’indizione di «un referendum» per «chiedere ai cittadini armeni quale sarà la loro scelta». La pressione politica dello Zar è all’insegna dell’ambiguità, cioè della minaccia: a Mosca «trarremo le conclusioni appropriate e seguiremo la strada di un divorzio morbido», anche se «ora stiamo vivendo tutto ciò che sta accadendo nella prospettiva ucraina», dove tutto «è iniziato con un ritiro dell’Ucraina o un suo tentativo di entrare nell’Unione Europea».

Risultato: Pashinyan, che la propaganda russa indica già come nipote di un volontario armeno della Wermacht, diserta il vertice in programma ad Astana il 28 e 29 maggio, ci manda il vicepremier Mher Grigoryan e replica che non è in programma un referendum sull’adesione all’Unione economica euroasiatica, ma si continueranno a introdurre leggi che consentano di approfondire le relazioni con l’Ue e il perseguimento di riforme democratiche.

In realtà, la tentazione di uscire dall’orbita russa, a Erevan, la coltivano sin dal 1991, quando, con il crollo dell’Urss, hanno compiuto il processo di indipendenza. E si è accentuata due anni fa, dopo il tradimento del patto di mutua assistenza militare durante il conflitto che ha visto la conquista dell’Artsakh (il cosiddetto Nagorno Karabakh) armeno da parte dell’Azerbaigian. Mosca, impegnata sul fronte ucraino, non aveva mosso un dito. E la popolazione dell’enclave si era rifugiata in Armenia, mentre gli invasori azeri distruggevano le chiese e i simboli religiosi della prima nazione ad aver abbracciato il cristianesimo nella storia.

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Nei giorni scorsi sono state demolite la cattedrale della Santa Madre di Dio e la chiesa di San Hakob, a Stepanakert, un tempo capitale dell’Artsakh, suscitando solo una timida reazione da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, secondo la quale Mosca «ha sollevato molte volte la questione della tutela dei monumenti armeni nel Nagorno Karabakh, riteniamo che queste cose non debbano succedere in nessun luogo». Ma, poiché gli armeni non appartengono al Patriarcato di Mosca e hanno costituito una loro Chiesa autocefala, la sensibilità religiosa e culturale nei loro confronti è minore. Tanto vale far da soli e cercare alleati più solidi e meno autocratici, considerando anche che il regime di Ilhan Aliyev, esportatore di gas, vanta relazioni privilegiate con mezzo mondo, perfino con la Santa Sede. Tranne che col Parlamento Europeo, la cui presidente Roberta Metsola è stata protagonista la settimana scorsa di uno scontro con Baku sui diritti umani.