Premessa d’obbligo: come diceva un vecchio saggio affetto dal vizio del comunismo, non è affatto detto che un politico per potersi definire di sinistra debba vivere in un centro sociale. È incredibile, tuttavia, la facilità con cui gli eredi della tradizione socialista finiscano per inciampare nei cliché della cosiddetta gauche caviar, con relative polemiche.
Parliamo di quella stirpe di politici votati alla causa del pueblo unido, ma terribilmente attratti dal lusso alla Fausto Bertinotti. Oppure quelli effettivamente «nati ai bordi di periferia», sì, ma alla periferia di Sankt Moritz, come il vecchio veterano di Rifondazione che proprio ieri guidava le proteste pro-Pal in piazza a Milano (l’intramontabile Luciano Muhlbauer da Samedan). L’ultimo personaggio a finire in questo vortice è Zohran Mamdani, il sindaco di New York definito dai nemici Maga «un islamo-comunista». Espressione forse esagerata, ma che basa le sue radici nel programma ultra-radicale fatto di tasse e lotta di classe del primo cittadino della Grande Mela. Bene, Zohran è stato “pizzicato” a vedere una partita della squadra locale di basket – NY Knicks in un settore dello stadio extra-lusso.
Domanda dei media: «Ma chi ha pagato?». Tutto di tasca del Mamdani, ha risposto lo staff. Poi un tifoso ha fatto notare un dettaglio: ottimo, ma per sedersi lì servono 700 dollari. E la stampa yankee ha dato l’assalto, sfoderando le più antiche espressioni del caso.
Già nell’Ottocento si parlava della corrente dello Champagne socialism, poi tradotta nella izquierda caviar spagnola, nel salonsozialism tedesco o nel più popolare chardonnay socialism australiano (perché down under anche lo chardonnay era considerato roba da fighetti). Accuse che hanno colto pure Tony Blair, che invece perfino da premier si vantava di lavare i piatti di casa la sera. Più note in Italia sono le scorribande in barca a vela di Massimo D’Alema, che tuttavia non si è mai arreso alla demagogia pauperista. Anche quando si trovava in mezzo ai giovani compagni al ristorante ci teneva a un certo decoro. C’è chi racconta di uscite molto poco “popolari”, del tipo «mi scusi, cameriere, ogni bottiglia ha una sua anima e una sua storia. Bottiglia nuova, bicchiere nuovo, me lo cambi per favore». Il tutto sfidando le occhiatacce dei militanti imberbi. Perché non stiamo parlando di un tarlo della destra, in effetti è la sinistra che non ha mai perdonato gli atteggiamenti elitari dei suoi politici.
A Bertinotti è toccato spiegare migliaia di volte certe scelte della sua vita privata. Per esempio in un’intervista a Repubblica di qualche tempo fa, quando ormai aveva lasciato la politica attiva: «Onorevole, ma tutte quelle foto, quelle dame abbronzate a colpi di lampade, quei gioielli performanti...». Replica del comunista: «Essere ritratto in quei momenti la considero una violenza, non mi piace affatto».
Ovviamente la tradizione polemica è arrivata fino a Elly Schlein, scivolata sull’armocromista e sul famoso raduno al Park Hotel ai Cappuccini di Gubbio, con “spa” «dedicata al linfodrenaggio manuale o al massaggio connettivale fino al massaggio abbinato a tecniche di peeling chimico-fisico, secondo le necessità individuali». Una lotta di classe molto rilassata. E a finire nel mirino non sono solo i politici, ma anche gli artisti. Quei “Comunisti col rolex” per citare il nome di un album di Fedez (titolo che deriva da un articolo del quotidiano che state leggendo...) tra cui Paul McCartney ancora oggi annovererebbe John Lennon. L’ex Beatle l’ha ricordato pochi giorni fa alla presentazione di un libro di memorie: «John cantava working class hero ma in realtà era il più borghese di tutti noi..». Insomma, tutto il mondo è paese, è l’internazionale della Ztl.




