È fuori da ogni protocollo che un diplomatico auspichi un cambio di leadership per il Paese che lo ospita. Aleksej Paramonov, ambasciatore della Federazione russa a Roma, lo ha fatto ieri, pubblicamente, augurando che «emerga» dalla politica italiana qualche figura all’altezza di Vladimir Putin e del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e quindi sia in grado di dialogare con il Cremlino.
Lo ha fatto il giorno dopo che Giuseppe Conte, in piazza a Napoli, ha pronunciato quelle frasi che ora scuotono l’alleanza di sinistra: «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti (...) Posso dire che né oggi né domani la Russia rappresenta una minaccia per l’Europa». Parole che negli uffici di Putin suonano come musica.
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Il fatto che la Russia sia una minaccia per l’Italia lo prova, da ultimo, l’operazione organizzata da Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, i due addetti militari dell’ambasciata la cui espulsione è stata decretata ieri. Secondo le indagini, erano i referenti di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, gli ex 007 italiani arrestati e accusati di spionaggio in favore di Mosca. Dovranno lasciare l’Italia entro tre giorni.
Per questo motivo, ieri mattina Paramonov è stato convocato alla Farnesina, dove gli è stato comunicato il provvedimento. Un passaggio scontato, alla luce dell’inchiesta. Paramonov, però, ha voluto sfruttare l’occasione per attaccare il governo di Roma. Sul suo canale Telegram ha scritto che «l’eminenza grigia della diplomazia italiana, il segretario generale Riccardo Guariglia, espellendo dal Paese il maggior numero possibile di diplomatici russi, vorrebbe limitare al massimo l’influenza della Russia in Italia». Questo, secondo l’ambasciatore russo, «è comunque impossibile: infatti, la Russia può contare su esponenti della statura di Vladimir Putin e Sergej Lavrov. L’Italia, per contro, pur col suo immenso potenziale sul piano delle idee e col suo patrimonio politico e umanistico, oggi non dispone di figure di tale levatura. Possiamo solo auspicare», conclude Paramonov, «che tornino ad emergere anche qui, per restituire all’Italia l’autonomia e il prestigio di cui godeva un tempo anche negli “affari esteri”». Un attacco frontale ai responsabili della politica estera italiana: una catena che parte da Giorgia Meloni, passa per Antonio Tajani e arriva alla struttura diplomatica. Per l’occasione, Paramonov si è fatto fotografare davanti alla Farnesina mostrando una fotografia di Lavrov e una sua citazione: «Scusate, ma parlerò imprecando».
Poco prima, era stato proprio Tajani a spiegare che le due espulsioni sono dovute al fatto che «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale». Anche il tono del discorso del segretario generale della Farnesina all’ambasciatore russo è stato più “franco” del solito. Ce n’è traccia nel comunicato del ministero degli Esteri, in cui si fa sapere che a Paramonov è stata manifestata «la più ferma protesta» a seguito delle «attività illegali compiute da due funzionari con status diplomatico», espulsi perché svolgevano «attività accertate incompatibili con quanto previsto dalla Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche». All’ambasciatore è stato ribadito che l’Italia «continuerà a contrastare con la massima determinazione ogni attività ostile, in stretto coordinamento con i propri Alleati». Per due Paesi che, nonostante tutto, continuano ad avere relazioni ufficiali, è il massimo della durezza possibile.
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Non è finita qui, infatti. Mosca ha fatto sapere che darà «una risposta adeguata». Fonti diplomatiche si attendono ora la convocazione dell’ambasciatore a Mosca, Stefano Beltrame, per comunicargli l’espulsione di due diplomatici italiani dalla Russia. Tajani la definisce una reazione «priva di senso». I due russi cacciati, spiega, «non sono stati espulsi per un capriccio: ci sono filmati, fotografie, immagini. Erano due spie che corrompevano e quindi in Italia non ci possono stare». Quelle che la Russia si prepara a fare, invece, sono «vendette, non azioni di tutela della sicurezza russa». Difficile credere che saranno le uniche «vendette» da qui alle elezioni politiche, nelle quali è chiaro quale sia l’interesse di Putin.




