Venticinque minuti di applausi hanno accompagnato a Venezia gli autori di Naza. Yuval Abraham e Rachel Szor li hanno accolti a capo chino, lo sguardo basso e l’aria grave di chi sembra portare sulle spalle non soltanto il peso del proprio film, ma quello dell’intera umanità. Due martiri perfetti. Poi la vittoria, la consegna della statuetta, le fotografie di rito. E infine il discorso. E che discorso. Un monologo scritto per realizzare le fantasie più peccaminose di ogni militante propal: due ebrei, israeliani, che salgono su un palco internazionale per accusare il proprio Paese di genocidio. Ed ecco compiersi la magia: in un istante, Yuval e Rachel diventano gli eroi del Festival. Gli ebrei buoni. Gli ebrei nobili. Quelli presentabili nei salotti senza provocare imbarazzo o scalpore.
Ma non basta criticare il proprio governo, naturalmente. Per meritarsi venticinque minuti di applausi bisogna offrire qualcosa di più sostanzioso: trasformarsi nel testimone perfetto dell’accusa. Nell’israeliano che certifica dall’interno ciò che il pubblico desiderava sentirsi dire dall’esterno. E poco importa che le 24 testimonianze sulle quali poggia l’intero documentario siano tutte anonime. Poco importa che alcuni intervistati raccontino decisioni di strategia militare e nazionale che, per grado e funzione, sembrerebbero collocarsi ben al di sopra del loro livello di conoscenza. Poco importa che alcuni membri dell’Intelligence descritti nel film, proprio per l’incarico che ricoprivano, non avrebbero nemmeno preso parte ai processi decisionali dei quali raccontano. Poco importa che i finanziamenti dell’acclamata opera cinematografica risultino ancora di ignota provenienza.
Tutto svanisce di fronte ai Giusti tra le Nazioni 2.0. Ai due ebrei che tanto odiano loro stessi. Dimessi, smunti, penitenti e leggermente anemici: incarnano alla perfezione l’ebreo del ghetto, colpevole prima ancora di parlare, compunto prima ancora di essere accusato, pronto a caricarsi sulle spalle ogni ingiustizia del mondo. Ma mentre in Italia e in Europa i due raccolgono ogni genere di onorificenza morale, in Israele accade il finimondo. Yuval e Rachel vengono tacciati di alto tradimento. E, dettaglio non proprio secondario, la condanna attraversa praticamente l’intero arco politico: destra e sinistra, laici e ortodossi, sostenitori di Bibi e suoi avversari. Tutti trovano un terreno comune. Un piccolo miracolo della politica israeliana: mettere d’accordo persone che normalmente non riuscirebbero a concordare neppure sul colore del cielo. Restano fuori soltanto i rappresentanti arabi della Knesset, che invece possono concedersi la ola davanti a quello che, dal loro punto di vista, è un magnifico autogol diplomatico israeliano. Ma il dissenso, lo sgomento, il senso di ingiustizia e di mortificazione travalicano presto i confini politici. Ai ministri e ai parlamentari si aggiungono le voci del mondo del cinema registi, attori, produttori - e poi vertici dell’IDF, ostaggi liberati, giornalisti. Tutti uniti contro chi ha trasformato il proprio Paese nel bersaglio perfetto. Per chi ha venduto Israele per un pugno di applausi.
Ironia della sorte, se l’obiettivo di Yuval e Rachel era mettere Israele in ginocchio, il risultato rischia di essere esattamente l’opposto. Israele, d’altronde, ha un riflesso pavloviano: quando si sente accerchiato, stringe i ranghi un po’ di più. E l’ironia diventa grottesca guardando i sondaggi. Proprio mentre fuori da Israele monta l’indignazione, Netanyahu risale e, per la prima volta da molto tempo, supera Eisenkot piazzandosi al primo posto. Coincidenza? Possibilissimo. Un rapporto di causa ed effetto dimostrabile? Naturalmente no. Ma pensare che la gigantesca shitstorm internazionale abbattutasi su Israele nelle ultime ore non abbia alcun effetto sull’opinione pubblica israeliana, sarebbe altrettanto ingenuo.
È uno dei paradossi che all’estero si fa più fatica a comprendere: più Israele viene messo sul banco degli imputati, più una parte degli israeliani tende a serrare le fila. E chi sperava di indebolire Netanyahu potrebbe scoprire, con una certa amarezza, di avergli appena regalato qualche punto nei sondaggi. Gratis. Perché ormai il meccanismo è noto: più gli israeliani si sentono vulnerabili, più cercano stabilità. E quando cercano stabilità, finiscono per aggrapparsi al volto più familiare della politica israeliana degli ultimi vent’anni. Bibi, per l’appunto. Netanyahu è diventato, nel bene e nel male, una sorta di mobile di famiglia: magari lo si detesta, magari si sogna da anni di portarlo in discarica, ma quando fuori infuria la tempesta nessuno ha troppa voglia di cambiare l’arredamento.
Nei periodi più tranquilli, invece, gli israeliani possono concedersi il lusso di fantasticare sul salto nel vuoto: la promessa di ricominciare con una leadership nuova.
Probabilmente migliore della precedente. O peggiore.
Chi può dirlo. Ma più il mondo cerca di convincere gli israeliani che Netanyahu rappresenti il problema, più, nei momenti di paura, una parte di loro finisce per considerarlo la soluzione più rassicurante. Non perché lo si ami. Semplicemente perché, quando la nave sta per scontrarsi con un iceberg, pochi hanno voglia di affidare il timone a qualcuno che non l’ha mai tenuto.




