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L'apertura Ue e la scommessa di Meloni

Dopo mesi di pressing, Bruxelles valuterebbe la possibilità di concedere flessibilità non solo per le spese in difesa, ma anche per fronteggiare la strutturale crisi energetica
di Fabio Dragonigiovedì 21 maggio 2026
L'apertura Ue e la scommessa di Meloni

3' di lettura

L’Ue sembra persuasa. Ci sarebbero i presupposti per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. Mesi di pressing e una lettera inviata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen. Bruxelles valuterebbe la possibilità di concedere flessibilità non solo per le spese in difesa, ma anche per fronteggiare la strutturale crisi energetica. Non è un atto di generosità ma il riconoscimento tardivo che le «circostanze eccezionali» invocate da Roma ci sono. Non è sopraggiunto buonsenso. Ma la risposta ad una minaccia che Bruxelles ha preso sul serio. «Su richiesta di uno Stato membro (Meloni ndr)» recita il novellato Patto di stabilità e «e su raccomandazione della Commissione (Von Der Leyen ndr) basata sulla propria analisi, il Consiglio (tutti e 27 gli stati membri ndr) può adottare, entro quattro settimane dalla raccomandazione della Commissione, una raccomandazione che consenta a uno Stato membro di deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio, nel caso in cui circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro abbiano rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche, a condizione che tale deviazione non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine».

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È la clausola nazionale, attivabile su richiesta di un singolo Paese. Soggetta a negoziazione bilaterale con la Commissione e il Consiglio. Ben diversa dalla clausola generale (articolo 25), attivabile solo in presenza di una «grave congiuntura negativa» nell’area euro o nell’Unione nel suo complesso. La prima è asimmetrica e discrezionale; la seconda è sistemica. Sarebbe preferibile che fosse attivata la seconda ma non facciamo i cavillosi. La sottoscrizione dei titoli pubblici è affidata interamente al mercato. La Bce ha chiuso il Quantitative Easing. L’incidenza degli investimenti della Banca d’Italia sul totale del debito pubblico italiano è diminuita dal 30-31% alla fine del 2022 a circa il 23%. Una quota crescente del debito va collocata presso investitori privati, esteri e domestici, più sensibili ai segnali di rischio. La clausola generale avrebbe segnalato la natura sistemica dello shock energetico e geopolitico. Ma ciò che probabilmente ha più impressionato Bruxelles è il passaggio della lettera di Meloni in cui si avverte che, senza flessibilità, «sarebbe molto difficile per il Governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste».

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Il Safe (Security Action for Europe) è lo strumento finanziario da 150 miliardi di euro varato dall’Unione per accelerare gli investimenti nella difesa europea attraverso prestiti a condizioni vantaggiose (?) e acquisto congiunto (??). L’Italia ha diritto a circa 15 miliardi. È uno dei tanto decantati pilastri della tanto invocata autonomia strategica europea. Senza la partecipazione italiana — per volume di risorse richieste e per peso industriale (si pensi Leonardo, Mbda Italia e l’intera filiera) — il Safe perderebbe quota. Anzi rischierebbe proprio di non decollare. Memori della mancata ratifica italiana delle modifiche al trattato istitutivo del Mes, Bruxelles ha colto il messaggio come un’«offerta che non si può rifiutare». L’Italia non ha minacciato apertamente. Ha banalmente fatto notare che sarebbe stato politicamente insostenibile per il governo giustificare l’adesione a un programma oneroso e condizionato. Il parallelo con il Mes è esplicito: anche allora l’Italia lo bocciò approvando contestualmente il nuovo Patto di Stabilità. Il primo strumento sarebbe stato inamovibile. Il secondo è di fatto superabile di fronte al primo shock. Scommessa vinta.

Sullo sfondo restano due circostanze di strutturale imbarazzo. Il Patto di stabilità, ogni volta che succede qualcosa di grave, va sospeso o aggirato. Lo si è fatto con il Covid (clausola generale), lo si è fatto con la guerra in Ucraina, lo si vuol fare per il riarmo (clausola nazionale per la difesa). A che serve una regola se va sospesa per risolvere problemi che di fatto essa stessa alimenta nei momenti di difficoltà? La credibilità delle regole è compromessa ed ogni crisi genera un estenuante negoziato intergovernativo in cui contano i rapporti di forza. Come la minaccia di Meloni sul Safe. E qui si arriva alla seconda circostanza di strutturale imbarazzo. Alla fine rimane la certezza granitica che l’Unione Europea è quel luogo in cui 27 Paesi si riuniscono per risolvere problemi che altrimenti non avrebbero se ne fossero fuori.