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Pedro Sanchez e gli altri: gli idoli rossi perdono sempre

Nell'area Ue soltanto Spagna, Danimarca e Malta sono governate da socialisti. E l'inglese Starmer è in bilico
di Carlo Nicolatomartedì 19 maggio 2026
Pedro Sanchez e gli altri: gli idoli rossi perdono sempre

4' di lettura

Con due o tre punti di crescita del Pil a reddito minimo una democrazia non dovrebbe festeggiare. Né con il pacifismo d’accatto e gli scandali seriali. Ne sa qualcosa il premier socialista spagnolo Pedro Sánchez che è stato punito dai suoi cittadini alla quarta elezione locale consecutiva (in cinque mesi), quella in Andalusia dopo quelle in Extremadura, Aragona e Castiglia e Leon. Un bel filotto. Ma lo sa bene anche il primo ministro laburista inglese Keir Starmer che sebbene non vanti farlocche crescite economiche che eccitano la fantasia dei sinistri nostrani, ha tradito il suo elettorato con riforme poco convincenti e soprattutto con la sua personale dose di clamorosi scandali. The Economist la chiama la «piccola sinistra», i «partiti dei lavoratori che non funzionano» (The workers’ parties aren’t working per usare la più efficiente formula in inglese) e calcola che prendendo in considerazione solo l’area Ue, escludendo quindi la Gran Bretagna, la sinistra è passata dal governare due terzi dei cittadini comunitari a inizio secolo, ad amministrare attualmente solo tre Paesi, la Danimarca (dove peraltro Mette Frederiksen non èstata incaricata di guidare il governo dopo le elezioni), la piccola Malta e per l’appunto la Spagna, per un totale di 56 milioni di abitanti (su 450 milioni).

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IMMIGRAZIONE SELVAGGIA
Che cosa è andato storto? si chiede la prestigiosa testata. Chiuse le fabbriche e le miniere la sinistra non è riuscita ad adattarsi ai tempi, ma non è che sia stata con le mani in mano. E andata ben oltre il dovuto, è uscita dal seminato, come nel caso della difesa a oltranza dell’immigrazione selvaggia, uno dei capisaldi della politica di Sanchez e questione base che spiega la presunta crescita economica e il contemporaneo malcontento della popolazione. Basti dire che la Spagna è passata da una popolazione di 46 milioni nel 2016 ai 50 milioni attuali (unico Paese europeo), dei quali ben 10 milioni nati all’estero. Questo significa che proporzionalmente la Spagna “vanta” un buon 20% di lavoratori nati all’estero pagati il minimo contrattuale, che hanno permesso la “strabiliante” crescita del Pil di cui nessuno, salvo i diretti interessati, si giova.

L’Andalusia ovviamente non fa eccezione, tanto più che alle elezioni Sanchez ha schierato come candidato governatore l’ex ministro delle Finanze nonché vicepremier María Jesús Montero. Una mossa già tentata in Aragona con Pilar Alegría, ex ministro dell’Istruzione, e anche in quel caso fallita miseramente. Il messaggio di Sanchez era chiaro, si vota socialista per quello che ha fatto il governo nazionale, non tanto per quello locale. La Montero peraltro ha lasciato il suo incarico solo poche settimane prima del voto, quando è risaputo che in un’elezione amministrativa bisogna lavorare duramente sul campo mesi, se non anni, in anticipo. Specie in Andalusia, comunidad tra le più povere e con caratteristiche peculiari diverse dal resto del Paese. L’altra faccia della medaglia è la vittoria dei Popolari con il 41%, che però hanno perso cinque seggi (53 contro i 58 precedenti), e quella di Vox che sfiora il 14% e guadagna un seggio arrivando a 15. Il presidente uscente, il popolare Juanma Moreno ha perso anche la maggioranza assoluta, il che lo costringe a dover trattare con Vox. La situazione non è semplice in quanto Moreno ha già dichiarato la sua intenzione di voler governare da solo con una formula che dovrebbe essere quella dell’appoggio esterno dell’estrema destra, come già due legislature fa.

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INCOGNITA A DESTRA
Ma stavolta Vox non è più la Cenerentola della situazione, Santiago Abascal ha condotto una campagna elettorale per riconquistare il sostegno degli elettori e l'influenza perduta, e in diverse occasioni ha espresso sfiducia nei confronti del Pp andaluso per non aver rispettato gli accordi firmati otto anni prima. Il copione è lo stesso a livello nazionale, con Abascal e il leader del Pp Alberto Núñez Feijóo che dovranno comunque trovare la quadra di un’alleanza almeno programmatica se non vorranno fare l'ennesimo favore a Sanchez. «Il cambiamento è vicino, la Spagna vuole il cambiamento», ha detto Feijóo sottolineando che «il popolo spagnolo è stanco e stufo della politica egocentrica, dei partner insaziabili, dei ricatti, del degrado, dei continui scandali e della corruzione che è diventata la norma...». Ed è anche stufo dei giochi di prestigio per rimanere al potere del primo ministro socialista che per ben due volte ha anticipato le elezioni sfruttando le divisioni della destra. Anche nel 2023 peraltro veniva da una serie di sconfitte elettorali e poi, pur perdendo le generali, è rimasto alla Moncloa. A soccorrerlo Sanchez trova sempre qualcuno, che siano le ammucchiate con populisti, comunisti e talebani green, o che siano gli indipendentisti catalani o baschi. Succederà anche questa volta? Tocca a Feijóo e Abascal impedirglielo.