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Mario Monti, l'Ue su economia e Difesa ha un'occasione storica

Nel suo nuovo libro l'ex presidente del Consiglio traccia le linee guida necessarie all’Unione per rilanciare la sua azione nel nuovo ordine globale
di Mario Draghimartedì 16 giugno 2026
Mario Monti, l'Ue su economia e Difesa ha un'occasione storica

5' di lettura

Pubblichiamo ampi stralci del primo capitolo del nuovo libro dell’ex premier e numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi: “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”, edito da Rizzoli.

Non voglio fingere che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma quello attuale non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme. Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci più consapevoli della portata del compito che ci attende. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1200 miliardi di euro l’anno in media. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. Intanto, il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.

RUOLO AMERICANO
E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia. In un mondo di alleanze in evoluzione, bisogna riconsiderare qualsiasi dipendenza strategica. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata. Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere.

PROBLEMI STRUTTURALI
I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace in un continente un tempo caratterizzato dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro all’interno di una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei. Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza la subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali. Il primo era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato sulle regole. Il secondo era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili in tema di difesa e sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi. Entrambi gli assunti si sono rivelati fallaci.

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L’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership (con gli Usa, ndr) su basi più eque. Ciò che ci frena è il tema della sicurezza. Un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza in cui la dipendenza in materia di sicurezza può estendersi a ogni altro negoziato: commerciale, tecnologico, energetico. Ecco perché il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un risveglio necessario. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e attraverso quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.

La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta già agendo. Le tensioni di questi anni hanno riportato alla mente degli europei valori che ormai davano per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopo guerra. E questi valori stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova. Un simile riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché dà agli europei una ragione per agire. E i cittadini hanno già chiara la direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci intervistati dall’Eurobarometro vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre su quattro vogliono che abbia più risorse per affrontare le sfide future Il punto è come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla. La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra in moto. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finché il risultato non assomiglia più a ciò che era stato previsto. Il risultato è un’azione che può rivelarsi talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione.

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SVOLTA NECESSARIA
I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico. La sua virtù è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I Paesi con volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano in cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. I risultati costruiscono legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di avere un obiettivo comune. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca.