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Bologna, omicidio? Processo da rifare, ma si è fatto 18 anni in cella

di Claudia Osmettigiovedì 23 aprile 2026
Bologna, omicidio? Processo da rifare, ma si è fatto 18 anni in cella

4' di lettura

Un padre che riesce ad abbracciare la sua sesta figlia soltanto una volta in diciotto anni, in una camera di sicurezza durante un appello e giusto perché il suo avvocato ha il buon cuore di convincere gli uomini della scorta, i quali dimostrano quel tanto di pietà umana che fa la differenza. Ma anche un signore di 64 anni che ormai ha il volto scavato e i capelli grigi, è provato e a cui, in un certo senso, viene il miracolo: nonostante tutto non perde la lucidità, non chiede sconti, ripete che con questa brutta faccenda, con l’omicidio di Vitalina Balani, lui non c’entra e aggiunge che di galera ne uscirà da innocente. Andrea Rossi è un ex commercialista di Bologna a cui la vita, grazie soprattutto alla tenacia del suo avvocato, ha appena dato una seconda possibilità. Ché messa così uno potrebbe pensare abbia risolto i suoi guai, invece è un’espressione da prendere alla lettera: la sua storia è una gimcana di processi e carte bollate, di accuse e probabilmente malintesi, di piccoli errori (per carità in buonafede) che però si trasformano in grandi stravolgimenti dell’esistenza.

Oggi, vent’anni esatti dopo quel maledetto 15 luglio del 2006 che ha dato l’avvio a ogni cosa, diciannove anni dopo il suo arresto e sedici dopo la condanna passata in giudicato, può finalmente chiedere la revisione del processo che lo riguarda perché “al di là di ogni ragionevole dubbio” c’è più di un aspetto che non torna. Quando viene trovata morta, Vitalina, settant’anni, cliente del professionista bolognese, si pensa a un decesso naturale: sarà in obitorio che un medico noterà delle macchie anomale sul suo collo compatibili con uno strangolamento. All’inizio i sospettati sono due, il badante straniero della donna che è stato licenziato da poco (e che, a oggi, non si sa che fine abbia fatto) e Rossi, che gestisce il suo patrimonio ma che ha, con lei, un debito di circa due milioni di euro dato che avrebbe dovuto investire i fondi che gli aveva affidato e, invece, ha utilizzato il suo denaro per comprare cianfrusaglie d’antiquariato. Un movente, sì, d’accordo: pure solido.

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Ma solo quello. Tutto il resto è il copione di un poliziesco tra l’altro scritto abbastanza male. L’ora della morte viene fissata tra le 13.29 del giorno prima (quando Balani fa, senza saperlo, la sua ultima telefonata) e le 14.06 (quando un corriere deve consegnarle dei cuscini ma nessuno gli apre la porta): si tratta di una mezz’ora scarsa in cui Rossi non può provare dove si trovi, ma si tratta anche di un lasso di tempo che scricchiola di suo (la mancata consegna di un fattorino non implica necessariamente un assassinio). Nello studio di Rossi vengono trovati degli assegni di Balani che, secondo l’accusa, lui avrebbe trafugato subito dopo averla ammazzata; e la stessa notte in cui la donna muore il suo commercialista passa ore al computer dell’ufficio a cancellare i file relativi ad alcune posizioni debitorie che ha anche con altre persone.

Il legale Gabriele Bordoni, che prende in mano il fascicolo dopo i tre gradi di giudizio, si accorge di una cosa che, da sola, ribalta il quadro: dalle carte scopre che l’autopsia sul corpo di Balani rileva un’ipostasi “sospetta” a un braccio. Per la medicina legale un’ipostasi è un ristagno di sangue che dovrebbe depositarsi nella parte bassa del corpo per via del livor mortis il quale, ovviamente, segue la gravità. In un braccio di Vitalina, invece, è posizionata in alto. Come è possibile? «È stato il professore Giovanni Pierucci a capire l’arcano», spiega Bordoni: «Il 118 è intervenuto prima delle forze di polizia e, nel tentativo di rianimare la donna, l’ha spostata. Quel sangue era ancora fluido e ciò significa che la morte era più recente di quanto lì per lì si sia stimato». Tradotto: Vitalina non è deceduta nel primo pomeriggio, semmai verso sera e per la sera Rossi un alibi ce l’ha, tra l’altro un alibi di ferro che è già agli atti perché è tra gli elementi di prova a suo carico: era impegnato a cancellare i documenti dal pc.

Sulla maglietta della donna, inoltre, ci sono tracce di dna maschile che non sono compatibili con quelle del commercialista, eppure nessuno pensa mai di verificarle con altri soggetti. Non è stata una passeggiata la richiesta di Bordoni per la revisione: prima di ottenere quella che, adesso, a Firenze, darà un briciolo di speranza al suo assistito e alla sua famiglia, se l’è vista respingere almeno due volte (una alla corte d’appello di Ancona e un’altra a Perugia): ma non è stata una passeggiata nemmeno il processo che ha subìto Rossi, di fatto indiziario, cioè basato su circostanze più che su prove dirette. «Vedremo se la corte, rimettendo insieme i pezzi in maniera ordinata, giungerà alla conclusione che non può essere stato lui. Rimane che se basta tutto questo per mandare una persona all’ergastolo forse non siamo un Paese di diritto», chiosa il penalista, «ma di rovescio». 

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