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Ranucci, non solo Lavitola: i giudici non credono nemmeno ai bombaroli

di Giacomo Amadorimartedì 1 settembre 2026
Ranucci, non solo Lavitola: i giudici non credono nemmeno ai bombaroli

5' di lettura

Dopo la stangata data alla credibilità di Valter Lavitola, adesso l’Ufficio gip di Roma ha bocciato anche la pseudo confessione di due degli esecutori materiali dell’attentato realizzato il 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Sigfrido Ranucci.

Pellegrino D’Avino e il padre Antonio Passariello, entrambi detenuti nel carcere di Rebibbia, avevano chiesto di essere sentiti dai pm e dopo il lungo interrogatorio di giovedì scorso i loro avvocati, Antonio Falconieri e Generoso Pagliarulo, hanno fatto istanza per ottenere gli arresti domiciliari. Ma i due indagati, dopo aver incassato il parere contrario della Procura, hanno dovuto prendere atto della decisione del gip che ha rigettato la richiesta.

Il giudice Livio Sabatini, che ha deciso in sostituzione del giudice titolare Iole Moricca, ha spiegato che D’Avino avrebbe fornito dichiarazioni «rivelatesi, in numerose parti, reticenti nella ricostruzione completa dei fatti e contraddette dalle risultanze delle intercettazioni». Infatti D’Avino ha raccontato di avere recuperato l’ordigno per strada, all’interno di una busta lasciata nella via delle case popolari di Sperone. Ma per il giudice le indagini avrebbero dimostrato che D’Avino «abbia reperito l’esplosivo». Ma ai pm non ha voluto dire quando e da chi.

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Per quanto riguarda Passariello, che in base alle indagini avrebbe collocato insieme con Saverio Mutone l’ordigno davanti al cancello della villetta di Ranucci, il gip motiva il rigetto in modo analogo, scrivendo che l’uomo avrebbe fornito «dichiarazioni rivelatesi, in numerose parti, reticenti nella ricostruzione completa della vicenda e contraddette dalle risultanze delle intercettazioni, essendo emerso che Passariello conosca la natura e potenzialità degli esplosivi».

Quando, invece, l’indagato aveva, evidentemente, provato a descriversi quasi come un passante. Alla luce di queste considerazioni, secondo il giudice, «non sono stati forniti elementi utili per superare la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere».

Ricordiamo che il gip Moricca era già stata tranciante sulla presunta confessione di Lavitola, mandante reo confesso dell’attentato: «Si tratta, allo stato, di dichiarazioni fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro» aveva sentenziato. I coindagati di Lavitola non avrebbero offerto alle indagini un contributo più credibile.

I legali hanno, però, annunciato appello al Riesame contro la decisione del giudice. Intanto l’avvocato Falconieri, difensore di Marika De Filippis, la compagna di D’Avino, ha chiesto per la sua assistita, incinta all’ultimo mese e, per questo, agli arresti domiciliari, di procrastinare l’interrogatorio a dopo il parto.

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AFFARI NEL CONTINENTE NERO
Ma se l’indagine sta ricostruendo tutti i dettagli dell’attentato, fanno da corollario alle investigazioni sia le polemiche legate alla trasmissione Report e alla possibile influenza di Lavitola su alcuni servizi, sia gli affari che venivano portati avanti al Cefalù bistrot dallo stesso faccendiere. In almeno un caso, sembra, con la benedizione di Ranucci. O perlomeno questo è quanto emerge leggendo le pagine di un giornale che ha sempre difeso il conduttore.

Domenica, sul Fatto quotidiano, sono stati offerti ulteriori dettagli su un incontro imbarazzante che si sarebbe tenuto nel locale di Lavitola lo scorso ottobre. «Ranucci ha spiegato che l’obiettivo della cena era rassicurare i due imprenditori sul progetto». E in un altro passaggio dell’articolo si leggeva che Lavitola, «a caccia di soldi», avrebbe favorito «l’incontro tra i suoi finanziatori (per altro proprietari di una media company) e il conduttore tv campione di ascolti».

Quella sera, a tavola, erano seduti, oltre a Ranucci e all’amico faccendiere, il figlio quest’ultimo, Giuseppe, e due imprenditori, Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, i quali avrebbero discusso con i commensali il proprio ingresso nel settore dei carbon credit a fianco a Lavitola con due aziende di loro proprietà, Urban vision spa e Neutralia srl.

Urban Vision è stata fondata nel novembre 2004 da De Marchi, Mazzoni e Daniela Valenza. È una media company impegnata nel settore dei restauri sponsorizzati e degli spazi pubblicitari. Dal 2019 De Marchi ne è amministratore delegato e Mazzoni presiede il consiglio di amministrazione.

Neutralia, partecipata al 50 per cento dagli stessi De Marchi e Mazzoni, è stata costituita nel 2019, ha sede a Roma ed è iscritta al registro delle microimprese con un capitale sociale di 10.000 euro e ricavi per 186.000 euro nell'ultimo esercizio disponibile (2023). Sarebbe proprio Neutralia il veicolo con cui De Marchi e Mazzoni avrebbero operato in Africa. Ma sugli affari in Africa di Lavitola i protagonisti della crapula hanno dato versioni diverse.

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Ranucci, nella sua prima intervista, ha sostenuto di avere partecipato solo per «aiutare il figlio di Lavitola, che è un ragazzo straordinario»: «Ho spiegato come si potevano fare le cose in modo regolare, evitando le truffe, affidandosi a società di revisione serie» ha aggiunto. De Marchi ha raccontato che l’invito a cena venne da Lavitola jr, collaboratore della Urban venture (società del gruppo), ma che «l’incontro con Ranucci» sarebbe «avvenuto in modo totalmente casuale». A smentirlo ci ha pensato Lavitola senior: «Abbiamo fatto una cena, ma non per caso come dice Gianluca. Voleva conoscere Ranucci».

La cena, sempre secondo il Fatto, avrebbe portato, in seguito, risultati concreti. I vertici di Urban Vision avrebbero deciso di finanziare Lavitola con 400mila euro in otto rate da 47mila al mese, fino a novembre 2026, mentre sarebbero stati garantiti versamenti per circa 4 mila euro al mese al proconsole africano di Lavitola, quel Gomes Clesio Tavares su cui pende un mandato di arresto per la bomba. In questa vicenda si è aggiunto un convitato di pietra: l’ex senatore Marcello Dell’Utri.

Questi è amico di Lavitola e, per il suo tramite, ha conosciuto Ranucci (che, però, rivendica di avere fatto quattro inchieste sull’ex braccio destro di Silvio Berlusconi). Il figlio di Dell’Utri, Marco Jacopo, è stato finanziatore e socio di Urban vision attraverso la sua Finanziaria cinema. Ma per ora non ci sono evidenze di investimenti africani di Dell’Utri jr. Solo congetture.

IL MANAGER NON RISPONDE
Ieri pomeriggio abbiamo chiesto a Mazzoni la sua versione su questo affare e il manager, dopo aver scoperto la nostra identità, ha interrotto la telefonata, salvo scusarsi «per la poca linea». Purtroppo Mazzoni non si è fatto convincere a rispondere nemmeno via chat. Del manager ha parlato anche il sedicente ex socio di Lavitola in Africa, Benjamin Chimutengo. Quest’ultimo ha dichiarato al sito Mowmag, da settimane impegnato nella caccia agli affari africani di Lavitola, di essere stato amministratore insieme con Mazzoni di Afrocarbon solutions in Sudafrica e di Future awaits sa a fianco a Lavitola. I fondi destinati all’Africa sarebbero arrivati da Neutralia sul conto di Afrocarbon solutions: 20.000 euro al mese per un totale di circa 270.000 euro.

Le nostre fonti ci hanno confermato ricorrenti trasferimenti di risorse finanziarie riconducibili a Urban Vision e Neutralia verso Camerun, Zimbabwe e Sudafrica. Per esempio a maggio e a giugno 2026 Mazzoni ha inviato personalmente denaro nel Continente africano per saldare gli onorari di alcuni professionisti. Ha pagato Mpeoane Lenkoe, responsabile sviluppo commerciale investimenti del Liberty group di Città del Capo, l’avvocato Tariro Martha Shoko (che secondo Chimutengo offrirebbe servizi di pagamento conto terzi) ad Harare e un non meglio identificato Tchapeu Aime Gaston in Camerun.
Pagamenti che meriterebbero una spiegazione.

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