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Garlasco: avvocati, parenti ed esperti: occhio allo "spin off" della saga

di Marco Patricellidomenica 24 maggio 2026
Garlasco: avvocati, parenti ed esperti: occhio allo "spin off" della saga

4' di lettura

Motore, ciak, azione. Parole d’ordine e rito quotidiano in una cittadina divenuta set televisivo e social, che nessuno si azzarda più a definire secondo stereotipi da guida turistica «ridente paese della provincia di Pavia» e men che meno ambiziosa «Los Angeles della Lomellina». Non c’è infatti niente da ridere per gli onori della cronaca rosso sangue e per quelle luci colorate da show americano accese giorno e notte davanti a porte e portoni, vie e viottoli.

È Garlasco, basta la parola: meno di 10mila anime più un’onnipresente e misteriosa anima nera senza volto e senza nome che si aggira tra le strade e le case e si annida nelle coscienze, manifestandosi attraverso il voyeurismo spinto, l’illazione corrosiva, il chiacchiericcio da bar e le confidenze inconfessabili pervenute dal più improbabile quanto più autorevole conoscente. Personaggi, personaggetti e comparse si muovono attorno ai cestini della produzione dei talk show, sferragliando come le tricoteuses della Rivoluzione francese davanti alla ghigliottina e tessendo le trame col filo del pettegolezzo rivelatorio e quello dell’enigma appena sciolto.

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Parafrasando lo straordinario titolo dell’Europeo del 1950 per l’articolo di Tommaso Besozzi, che smentiva la versione ufficiale sulla fine del bandito Salvatore Giuliano, a Garlasco «di sicuro c’è solo che è morta» Chiara Poggi. Per la verità processuale è stato condannato Alberto Stasi, ma secondo una nuova verità gli inquirenti ritengono che in cella ci debba andare Andrea Sempio. Tutto certo, certissimo, anzi probabile.

Come le perplessità e i ripensamenti sulle indagini e sulle conclusioni, di ieri e di oggi, e sull’inchiesta in due fasi oltre ogni ragionevole dubbio e oltre ogni mutevole sopportazione in quasi venti anni.

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Motore, ciak, azione. The Show Must Go On, nel Circo Barnum della provincia italiana, dove in assenza della donna barbuta, della donna cannone, dei nani e delle trapeziste, sembra di udire la marcia dell’Entrata dei gladiatori di Julius Fucik che il caravanserraglio tv ha sviluppato nelle numerose variazioni delle sigle dei programmi di mattina, pomeriggio e sera. Non bastano una vittima, un protagonista e un deuteragonista più o meno vilain, per fare una soap opera: ci vogliono caratteristi, le comparse e i figuranti, davanti e dietro ai microfoni, davanti e dietro alle telecamere, per questa figlia spuria e perversa della tragedia di Vermicino che ebbe persino l’imprimatur mediatico del presidente-partigiano Sandro Pertini.

Tutto cominciò da quel dramma, partorendo la tv del dolore, madre a sua volta della tv dei processi in aula e nei salotti. Riflettori sempre accesi ma, paradossalmente, più ombre che luci. E nelle ombre, eccitati dal fiuto della notizia o dall’odore della pastura, vengono sguinzagliati veltri, segugi e bracchetti, purché depositino qualcosa nel carniere del palinsesto. È l’evoluzione della soap americana dei Sentieri infiniti, delle telenovelas brasiliana della schiava Isaura, della serie dei petrodollari texani e del polpettone all’italiana, fatto con quello che c’è e quello che non c’è in qualche modo lo si procura. Come nella fiction i personaggi entrano ed escono di scena, crescono e invecchiano, a volte muoiono pure e in altre addirittura risuscitano, così nella Garlasco Story poco o nulla si crea, molto si distrugge e tutto si trasforma rimasticando il passato e servendolo per nuovo, ma ben speziato. Un ricettario mediatico che rivede e corregge la Petronilla dei tempi di guerra, che elaborava menù per le italiane casalinghe – disperate sì ma solo perché non sapevano come procurarsi qualcosa da mettere a tavola – per spacciare il pane come carne e le bucce come piselli. E poiché non si getta niente, gli avanzi si mettono da parte per riciclarli sotto altra forma in tempi di magra.

E così ecco una seconda, una terza e una quarta occasione per gli spin-off lustrati a nuovo purché utili alla narrazione. L’avvocato Massimo Lovati, ex difensore di Sempio ma non scomparso con le sue dichiarazioni, volpino allusivo allora e nervino oggi, incrocia le lame con la prezzemolina della criminologia Roberta Bruzzone come fosse in tribunale anche se è fuori dall’inchiesta.

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Motore, ciak, azione, e lo spettacolo è servito. Come i primi piani dei genitori di Sem pio, tra l’occhio umido per il dolore e quello iniettato di sangue per la “persecuzione”, che giurano e spergiurano sull’innocenza del figlio. Come le gemelle Cappa cugine della vittima, fatte riemergere come accade al fiume carsico, da trattare con le molle considerato il torrente impetuoso di esposti e querele, col vantaggio di non doversi neppure affidare a un avvocato considerato che una di esse indossa la toga e il papà è un influente penalista. Erano ragazzine ai tempi del delitto, ora sono donne fatte, e tutto è intanto cambiato dentro e fuori di loro, tranne la morbosa attenzione su Garlasco, tra bici e ciclo, tra frequentazioni e confidenze rivelatorie, vizi privati e pubbliche virtù della provincia, segreti sussurrati all’orecchio o affidati ai pixel del pc.

Un grande romanzo popolare a puntate, in confezione da fast food perché deve piacere a tutti e tempistica da slow food, che ha il suo pubblico di fedelissimi: quello delle chiacchiere davanti al caffè, quello che non crede mai alla parola fine e aspetta sempre il promo con le anticipazioni della prossima puntata perché lo spettacolo si autorigenera. C’è l’Italia che sbircia dal buco della serratura e fruga nella noia, vagando dal tinello al salotto, e c’è una partita di giro che immerge il mestolo nella grande ribollita verbale della cronaca nera, rimescola e schiuma tutto quello che affiora per poi gettarlo via.
Motore, ciak, azione. I virili gladiatori di Fucik sono usciti da parecchio dalla scena lasciandola tutta all’impacciato giovane elefante del Circus Polka di Igor Stravinskij, che prova a danzare sulle punte inseguendo uno spartito che lo spiazza e lo rende più goffo di quanto l’autore, satireggiando, lo aveva voluto. Intascando pure l’assegno del Circo Barnum & Bailey. Venghino signori, venghino: altro giro, altra corsa.