La più evidente prova dell’incapacità gestionale e organizzativa del governo giallorosso, durante la pandemia, sono le 13 pagine della sentenza 17025/2024 della XVI sezione civile del Tribunale di Roma. Verdetto che condanna lo Stato italiano a risarcire un’azienda che sarebbe stata fatta fuori dalla struttura commissariale, all’epoca guidata da Domenico Arcuri, con motivazioni giudicate pretestuose, per fare spazio ai cinesi delle mascherine taroccate.
Nello specifico, l’ordinanza impone il pagamento di oltre 203 milioni di euro a favore della Jc-Electronics di Dario Bianchi a titolo di ristoro per “lucro cessante”, ovvero per restituire il guadagno svanito dopo il benservito dell’Ente nel mezzo delle trattative. Un buco finanziario che pare destinato inevitabilmente ad allargarsi, addirittura, visto che nelle stime dell’azienda il valore complessivo delle cause legate allo stop dei contratti per la fornitura di mascherine a norma sfiora i 267 milioni di euro. Una cifra mostruosa, che include anche una fattura da 44 milioni di euro, successivamente “congelata” dal commissariato, e un’ulteriore richiesta da 23,87 milioni per dispositivi medici già prodotti, ma rimasti a prendere polvere nei magazzini perché mai convalidati o ritirati dagli uffici pubblici.
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Tutto questo si poteva evitare? Certo che sì, perché la scusa usata per stoppare la commessa si è rivelata un clamoroso abbaglio. Il commissariato anti-Covid si era trincerato, infatti, dietro presunti intoppi burocratici nei nullaosta di Cts e Inail per le mascherine di Jc-Electronics, omettendo però di spedire ai tecnici proprio il Test Til, cioè l’esame chiave per sbloccare la pratica. A scoprire la beffa ci hanno pensato, poco dopo, i laboratori delle Dogane: analizzando i lotti rimasti a terra, i periti hanno certificato che quei dispositivi erano in realtà eccellenti e perfetti per i medici in corsia, a differenza di quelli acquistati a peso d’oro in Cina grazie ai buoni uffici di Mario Benotti (storico amico di Arcuri), rivelatisi addirittura “dannosi per la salute” e, ciononostante, riversati in massa in ospedali e strutture sanitarie.
Un cortocircuito che Bianchi aveva intuito da subito, lamentando un insolito accanimento fatto di cavilli e ispezioni a senso unico nei suoi confronti. Una tesi che aveva trovato sponda persino in un’informativa della Guardia di Finanza, dove si può leggere che «la scrupolosità della struttura commissariale per le mascherine della Jc non sembrerebbe essersi registrata con gli acquisti in Cina dei Dpi nell’ambito delle commesse intermediate da Benotti». Strano, eh?
E così, mentre l’azienda italiana veniva radiografata al millimetro, sui canali orientali si chiudevano gli occhi e si tappavano le orecchie, spalancando le porte a un maxi appalto da 1,25 miliardi di euro (e relativa “cresta” da oltre 70 milioni di euro) che ha fatto ricchi un bel po’ di personaggi in cerca d’autore. Il risultato finale di quello sciagurato ordinativo, incredibilmente ancora difeso da Pd e grillini in commissione Covid, è un capolavoro horror: oltre alle cifre appena raccontate, bisogna infatti aggiungere circa 300 milioni di Iva e dazi doganali non incassati per i prodotti provenienti da Hong Kong. In totale, gli uomini di Conte e Arcuri han bruciato 1,7 miliardi di euro per merce inservibile.
E la stessa febbre dell’acquisto facile e senza verifiche aveva contagiato, quasi in contemporanea, anche la Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti, oggi eurodeputato dem dopo una sfortunata stagione alla guida del Nazareno. Alla Pisana, la Protezione civile non trovò di meglio che affidare un affare da 35,8 milioni di euro per l’approvvigionamento complessivo di ben 9,5 milioni di mascherine e tute protettive a una piccola Srl di Frascati. Una ditta che fino al giorno prima si occupava di illuminotecnica e lampadine, del tutto priva di esperienza nel settore medicale e che si presentava al tavolo delle trattative con appena diecimila euro di capitale sociale e con una struttura tecnica che sarebbe andata bene, forse, per organizzare la festa dell’Unità.
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Fiducia cieca, al punto che la Regione sborsò subito acconti anticipati per 14,6 milioni di euro, accontentandosi di polizze fideiussorie sulla cui effettiva validità sorsero immediatamente pesantissimi dubbi. Com’era ampiamente prevedibile, il piano della Regione Lazio impiegò un nanosecondo a naufragare: nei depositi regionali arrivarono appena due milioni di mascherine chirurgiche – un guscio vuoto da soli 1,4 milioni di valore commerciale – mentre l’enorme stock di tute e i carichi vitali di schermi facciali Ffp2 e Ffp3 non partirono mai. A giochi fatti, e dopo una tardiva revoca del contratto per palese inaffidabilità, l’amministrazione laziale riuscì a strappare indietro la miseria di 1,7 milioni, lasciando sul bilancio pubblico una voragine insanabile da oltre 11 milioni di euro. E questi sarebbero quelli bravi.
(2-continua)




