Contestata, contestatissima. E poi criticata, stigmatizzata, per certi versi relegata in trafiletti da pagine interne (su certa stampa), fraintesa, minimizzata. Accusata a sua volta e liquidata come un tentativo di polemica fine a se stessa. La Commissione parlamentare sul Covid (il cui nome per esteso è “Commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria da Sars-Cov2”) è probabilmente l’ente istituzionale di cui si sa meno e che sta facendo di più nel corso di questa legislatura. Tanto per capirci: «Al momento contiamo almeno 160 persone già udite in circa 180 sedute», racconta l’onorevole Marco Lisei (FdI) che la presiede, «e nonostante siamo partiti in grande ritardo rispetto alle altre commissioni perché l’ostruzionismo parlamentare ha cercato di rallentarci».
Senatore Lisei, cosa vuol dire?
«Siamo operativi soltanto da un anno e mezzo, eppure siamo l’unica commissione che si riunisce due o tre volte alla settimana. Dovrebbe bastare per capire il valore di quello che stiamo facendo».
A proposito, cosa state facendo? Perché, sa, l’impressione è che sia finito un po’ tutto nel dimenticatoio...
«No, questo è esattamente il momento in cui vale la pena chiarire come sono andate le cose. Stiamo lavorando su due assi principali. Il primo riguarda gli aspetti scientifici delle scelte operate nel 2020 che sono state oggetto di numerose contestazioni. Mi riferisco alle carenza sanitarie determinate dai tagli degli anni precedenti, al ritardo della circolare sulla “tachipirina e vigile attesa” o a un lockdown generalizzato ed esteso quando al Sud non era presente neanche un contagiato: sono decisioni politiche, sì, le hanno prese l’allora premier Giuseppe Conte e l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, è indubbio. Noi vogliamo capire se sono state corrette, perché se in futuro ci si ritrovasse (e speriamo di no) in una situazione analoga, che si fa?».
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Giuseppe Conte, ex premier e leader dei Cinque Stelle, ha detto ieri che “Giorgia Meloni è doveroso venga a...Chiaro. L’altro filone dei lavori?
«È più specifico su quelli che sono stati gli acquisti e le loro modalità da parte dello Stato e della struttura commissariale. Se lo ricorda il famoso commissario straordinario per l’emergenza?»
Come no. Domenico Arcuri, sei anni fa era tra i più citati in qualsiasi tigì...
«Ecco. Quella struttura commissariale lì ha gestito circa 10 miliardi di euro per acquistare un quantitativo indiscriminato tra mascherine, camici, tamponi, ventilatori e qualsiasi altro bene fosse necessario. Come sono state gestite le modalità con le quali sono stati spesi quei soldi che erano pubblici cioè dei contribuenti?».
Faccio l’avvocato del diavolo. Però era un momento di caos generale, non si sapeva cosa sarebbe successo il giorno dopo: il contesto non conta?
«Conta eccome. Ed è comprensibile, tuttavia non giustifica e non può giustificare appropriazioni indebite, magiatoie o sperperi se l’amministrazione ha agito, in qualche modo, sbagliando. Ma lei lo sa che alcuni soggetti beneficiari di ingenti somme erano vicine o in contatto con la sinistra di governo? Che rispetto a quella struttura commissariale non c’è stato alcun tipo di controllo?».
In che senso?
«La Corte dei Conti non poteva svolgere azioni di controllo né preventivo né concomitante né successivo, cosa che normalmente avviene per i commissari di ogni emergenza. Inoltre quella struttura era stata sottratta ai controlli dell’Anac (l’Autorità nazionale anticorruzione, ndr) perché agiva in deroga al codice dei contratti, quindi tutte le forniture, gli acquisti e le sottoscrizioni che stipulava non finivano nella banca dati nazionale. Questo l’ha detto il presidente Giuseppe Busia quando l’abbiamo ascoltato, non lo dico io. Cosa abbiamo, allora? Una struttura commissariale esentata da qualsiasi controllo e scudata dal danno erariale tranne che per dolo, per scelta politica del governo Conte. Le sembra normale?».
Mi sembra quantomeno legittimo voler approfondire. Che idea si è fatto lei?
«Glielo ripeto: è vero che era un momento di grande difficoltà, ma ciò non può consentire che non si siano adottate delle minime forme di tutela e di controllo. Poi non ci si può meravigliare se alcune persone abbiano mangiano sull’emergenza mentre medici e italiani morivano: cosa che, purtroppo, è ciò che emerge da alcuni fascicoli penali e da vicende che adesso, finalmente, sono sotto gli occhi di tutti».
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«Ma pensi alla maxi commessa da un miliardo e mezzo di euro, una delle più ingenti della storia della repubblica, che è stata affidata a tre società cinesi appena costituite e dietro le quali la procura di Roma ha dimostrato che c’era una serie di soggetti, tra cui anche persone legate alla sinistra e che avevano rapporti con lo stesso Arcuri, che hanno beneficiato di milioni di euro solo per l’intermediazione».
Torno a fare le pulci. Lo ammette lei stesso, sono state fatte delle indagini...
«La fermo, mi scusi. Sì. E infatti hanno accertato, non bastasse, che parte delle mascherine acquistate in questo modo non erano nemmeno idonee a proteggere medici e infermieri che rischiavano la vita ogni giorno. Di per loro le archiviazioni penali non vogliono dire nulla, guardi. Tra prescrizioni, depenalizzazioni e altro non hanno portato a sentenze. Spesso sono state usate come paravento».
A chi dice che la Commissione sia un modo per strizzare l’ occhio ai no-vax cosa risponde?
«Molte audizioni hanno fatto emergere che ci son state posizioni differenti, tutte legittime. Chi chiedeva di indagare sugli effetti avversi non necessariamente esprimeva un dato antiscientifico. Significava essere no-vax? Secondo me no».
E le commesse per i lotti Pfizer che sono stati acquistati dall’Italia?
«Appunto. È un aspetto che stiamo affrontando ora: i contratti, come sono stati stipulati e realizzati anche a livello europeo. Da quello che abbiamo ascoltato si è capito che lo Stato ha speso miliardi per acquistare vaccini in misura molto superiore alle necessità, tant’è che molti sono stati buttati via una volta scaduti».
Un comportamento che in una famiglia si definirebbe di spreco...
«Uno spreco assurdo, sì. Indagheremo».
Senta, un’ultima cosa: qualche anno fa la magistratura ha tentato di processare il governo per la pandemia, ma è stato archiviato tutto. Giustamente, aggiungerei, perché la politica che finisce in tribunale non è mai un servizio a nessuno. La Commissione d’inchiesta, su questo piano, come si pone?
«Le premetto che quella vicenda è stata archiviata su una ipotesi giuridica errata, ovvero che non si potesse contestare il reato di epidemia colposa in forma omissiva: peccato che successivamente è arrivata una sentenza delle Sezioni unite della Cassazione che ha detto l’esatto contrario. Ciò detto, noi facciamo un lavoro differente, non emettiamo sentenze di condanna, non possiamo arrestare nessuno. Accertiamo la verità storica. Produrremmo, alla fine, una relazione. Però, me lo faccia ridire, non è che se uno è stato assolto in un procedimento penale, oppure archiviato o qualsiasi altra cosa, allora non è successo niente. È proprio qui che la Commissione ha un valore aggiunto e mi sembra che ciò che emerge lo dimostri».




