Venti coltellate. Una donna di 33 anni uccisa nell’appartamento dove aveva scelto di continuare a vivere, pur da separata in casa, per non strappare un padre al figlio di sette anni. Un uomo che, finito di colpire, prende l’auto, raggiunge la caserma dei carabinieri e confessa. Prima, però, invia alla madre della vittima un messaggio che gela il sangue: «Sua figlia è morta». Eppure c’è qualcosa che, in questa storia, sembra non bastare. Non bastano venti coltellate. Non basta che ad impugnare il coltello sia il padre del bambino. Non basta una relazione finita da tempo e una convivenza mantenuta soltanto per il bene del figlio nonostante le violenze, seppur mai denunciate.
MANCA IL MOVENTE
Perché, spiegano gli investigatori, almeno per ora non si può parlare di femminicidio.Serve accertare il movente.Una precisazione giuridicamente corretta, forse. Ma che lascia inevitabilmente aperto un interrogativo: siamo sicuri che davanti a un caso identico con un partner magari italiano, la prudenza sarebbe stata la stessa?È su questo sottile confine fra diritto e narrazione pubblica che oggi si gioca anche il caso di Luigia Fortunato.
Perché la sensazione è che il termine “femminicidio” venga spesso utilizzato con estrema rapidità, salvo poi diventare una parola da maneggiare con le pinze quando il caso presenta caratteristiche diverse da quelle che alimentano il racconto mediatico.Intanto stamane Sami Khemaies, tunisino di 39 anni, pluripregiudicato per spaccio di droga, reo confesso dell’assassinio della compagna, comparirà davanti al gip di Ancona Carlo Cimini per l’interrogatorio di garanzia, in videocollegamento dal carcere di Montacuto dove è detenuto.
Assistito dall’avvocato Simone Matraxia, dovrebbe ribadire la versione già fornita ai carabinieri subito dopo il delitto: sostiene che sarebbe stata Luigia Fortunato a impugnare per prima un coltello, minacciandolo e dicendogli che lo avrebbe fatto uccidere se non avesse lasciato la casa. Una ricostruzione che sarà ora sottoposta al vaglio degli investigatori e che si confronta con gli elementi raccolti sulla scena del crimine: la donna colpita ripetutamente con un coltello da cucina, poi sequestrato dai carabinieri, e il corpo trovato nel corridoio dell’abitazione di via Bramante.Il pubblico ministero Rosario Lioniello contesta l’omicidio volontario pluriaggravato. L’autopsia, affidata al medico legale Angelo Montana, chiarirà la dinamica dell’aggressione. La loro era una relazione logorata da anni. Lei lavorava come operaia. Lui era tornato in libertà dopo una lunga detenzione per spaccio di droga, con alle spalle anche un’evasione dai domiciliari dopo avere spezzato il braccialetto elettronico. Nonostante tutto, Luigia aveva deciso di continuare a vivere sotto lo stesso tetto.
Non per amore, raccontano i familiari, ma per consentire al figlio di crescere con il padre. Durante la detenzione era stata lei ad accompagnare il bambino ai colloqui in carcere. Una scelta che oggi assume il sapore amaro di un sacrificio inutile. Lo stesso amaro espresso sui social ora delle persone a lei care che si incolpano per non essere riuscite a salvarla.
L’ULTIMA LITE
Secondo quanto emerso, l’ultima lite sarebbe scoppiata per il centro estivo del bambino. Poi l’escalation. E il messaggio alla suocera: “Sua figlia è morta”. E infine la confessione ai carabinieri. Va detto che il Parlamento ha introdotto l’articolo 577-bis del codice penale, che configura il femminicidio quando l’uccisione di una donna è espressione di dominio, controllo, possesso, discriminazione oppure è collegata al rifiuto di una relazione affettiva o alla limitazione della sua libertà. Sarà il processo a stabilire se questo delitto rientri nella nuova fattispecie. Resta però una domanda destinata ad accompagnare questa vicenda. Se per casi analoghi la parola “femminicidio” è spesso arrivata prima ancora delle consulenze, delle autopsie e perfino degli interrogatori, perché proprio davanti a una donna uccisa con venti coltellate dall’uomo con cui aveva avuto un figlio la prima preoccupazione diventa spiegare che, forse, non bisogna chiamarlo così? La risposta spetterà ai magistrati.




