Il grande inganno della sicurezza. Tranne pochi irriducibili (Giuseppe Conte, Domenico Arcuri e relativi guardaspalle), hanno tutti ormai chiaro un dato preciso nella folle gestione della pandemia: le mascherine acquistate per 1,25 miliardi di euro da tre discutibili consorzi cinesi non solo erano scadenti ma, secondo le informative della Guardia di Finanza e le consulenze di laboratori e tecnici, potenzialmente rischiose per la salute. Quel che finora non era stato chiarito era, tuttavia, il grado di pericolosità dei dispositivi comprati dalla struttura commissariale. Quanto pericolosi? E pericolosi per chi?
Una relazione delle Fiamme Gialle ha risposto a queste domande, sottoponendo a verifica i prodotti di una delle 36 aziende della maxi commessa: la Tongcheng Wenxin. Non è stato necessario un esperimento particolarmente complesso per dimostrare che le mascherine del lotto, che dovevano bloccare quasi tutte le particelle usate nel test, ne hanno lasciate passare troppe. Molte di più del consentito.
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Sulle mascherine cinesi farlocche siamo stati umiliati e sbeffeggiati finanche dall’Irlanda, non certo un gigante ...L’esame, condotto sul modello Wenxin KN95 senza valvola, che mostrava addirittura stampigliata l’indicazione CE a garanzia per un consumatore, è stato eseguito con cloruro di sodio. Detto così sembra un test complicato, ma il meccanismo è semplice. Il cloruro di sodio è sale.
In laboratorio viene trasformato in una nube di particelle minuscole, invisibili a occhio nudo, che simulano le goccioline di saliva che si emettono al momento della respirazione. Questa nuvoletta di umidità viene spinta contro il tessuto della mascherina mentre uno strumento misura, attraverso un laser, quante particelle arrivano davanti al filtro e quante riescono a superarlo. La regola è elementare: meno goccioline passano, meglio funziona la protezione.
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Le mascherine cinesi erano già state distribuite nelle scuole e negli ospedali quando la Guardia di finanza comin...Al contrario: se il materiale lascia attraversare una porzione rilevante della nube, la mascherina non raggiunge il livello che dichiara. E quindi si pongono non pochi problemi per chi la indossa e per quanti sono nei paraggi. Nel caso Tongcheng Wenxin sono stati provati tre esemplari. I risultati? Eccoli: 15,3%; 12,3% e 22,7%. Il limite massimo era il 6%.
Significa che tutti e tre i pezzi hanno fallito il test. Anche quello con il dato migliore ha lasciato passare più del doppio della soglia consentita. Il peggiore è arrivato quasi a quattro volte il tetto prefissato per legge.
Qui serve però una precisazione, perché il numero può essere capito al contrario. Dire che la mascherina filtra il 22,7% è sbagliato. Quel 22,7 indica ciò che è riuscito a passare attraverso il filtro. In termini molto semplici e ribaltando i dati, il dispositivo ha intrappolato circa il 77,3% delle particelle della prova, quando avrebbe dovuto bloccarne almeno il 94.
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Cargo “fantasma”, pieni di merce senza nome. Aerei decollati dalla Cina e arrivati in Italia con documenti c...Non si tratta di una differenza da poco. Non siamo davanti a un valore appena sopra il limite, a una virgola fuori posto o a una bocciatura discutibile magari per un rilevatore tarato male. I tre risultati sono chiaramente fuori soglia, una soglia che era condizione irrinunciabile per l’acquisto da parte della struttura commissariale e per la validazione a cura del Comitato tecnico-scientifico e dell’Inail. Chi indossava quella mascherina (fragili, anziani, asintomatici) rischiava di infettare gli altri con una probabilità fino a quattro volte maggiore rispetto alla media. Untori a loro insaputa.
Non è tutto: c’è un altro dettaglio importante che rende ancor più preoccupante l’analisi. La mascherina è stata analizzata così com’era, senza essere prima sottoposta a calore, umidità o trattamenti pensati per invecchiarla e metterla sotto stress. Il rapporto della Finanza usa l’espressione “tal quale, non condizionato”. Tradotto in parole povere: il prodotto non era stato “maltrattato” prima del controllo, non era stato simulato il comportamento usuale di chi indossa una mascherina, la toglie, la sistema in tasca dopo averla piegata, la espone ad agenti atmosferici e la indossa di nuovo. Quel modello ha fallito già nello stato ottimale in cui si trovava e per la qualità più importante che avrebbe dovuto assicurare.
Insomma: in condizioni perfette, quella mascherina era da buttare. E questo senza considerare altri dettagli che pure potevano essere valutati: ovvero, se la mascherina aderisse bene al volto, se l’aria entrasse dai bordi, se gli elastici fossero solidi, se il nasello chiudesse correttamente o se la documentazione collegata al marchio CE fosse autentica e completa (evidentemente no, in questo caso). Una mascherina può avere un buon tessuto e perdere aria lateralmente. Oppure può aderire bene ma avere un filtro scadente.
Tutte verifiche collaterali che iniziano quando il test principale viene superato, più o meno brillantemente. Con le mascherine cinesi non è stato perso nemmeno il tempo di questi ulteriori esami. Bisognava solamente mandarle al macero e, invece, sono state distribuite in giro per l’Italia.




