Libero logo

Piscina per donne islamiche: segregazione in Alto Adige

di Daniele Dell'Orcogiovedì 23 luglio 2026
Piscina per donne islamiche: segregazione in Alto Adige

3' di lettura

La logica della burocrazia inclusiva contemporanea è davvero straordinaria. Un meccanismo che nel tentativo dichiarato di “abbattere muri” finisce per erigerne “pareti di cartongesso”. Però colorato, magari arcobaleno. Il teatro di questo piccolo, vertiginoso affresco sociologico è il lido comunale di Salorno, un ameno comune dell’Alto Adige dove l’amministrazione della cosa pubblica immagina di risolvere i grandi attriti culturali del secolo con un modulo stampato in duplice copia, un timer digitale e una vasca da venticinque metri satura di cloro.

In pratica a Salorno, ogni lunedì sera, a partire dalle 18,30 e per la durata esatta di 60 minuti, vale a dire subito dopo il fischio di chiusura al pubblico generalista, le piscine del locale impianto atesino si trasformano in una zona a sovranità speciale destinata esclusivamente alle residenti donne di fede islamica.

Per l’occasione è consentito (o forse sarebbe più corretto dire implicitamente incoraggiato dal contesto) l’uso del burkini, quel manufatto in tessuto sintetico concepito per coprire l’intero corpo umano ad eccezione di viso, mani e piedi, permettendo la galleggiabilità nel pieno rispetto dell’ortodossia. Il cestista Luca Lechthaler, gestore del Lido, ha portato avanti l’iniziativa che si svilupperà con l’associazione Armonia, come manifesto di «una Salorno più inclusiva».

SEPARAZIONE
Il sindaco Roland Lazzeri (Südtiroler Volkspartei) si è affrettato a precisare che la gestione «ha assolutamente carta bianca, può fare ciò che ritiene giusto». Ed è esattamente in questa sacca di svagato assenso procedurale che la vicenda smette di essere una questione di teli e lettini per trasformarsi in un dilemma filosofico di prima grandezza.Perché il punto, ed è qui che la teoria dell’integrazione sbatte contro la ruvida parete della realtà, è capire cosa s’intenda esattamente per «inclusione» quando la soluzione pratica consiste nel creare una bolla di tempo e spazio rigorosamente sigillata dal resto della comunità.

A sollevare il velo (è il caso di dirlo) sulla contraddizione ci ha pensato Silvia Sardone, vice segretaria federale della Lega, che ha affidato a una nota parole che intercettano il nocciolo del corto circuito: «Ritengo assurda la decisione del Lido di Salorno di riservare la piscina in un determinato orario esclusivamente alle donne islamiche. L’iniziativa inoltre consentirà alle frequentatrici di fare il bagno utilizzando il burkini. È una scelta senza senso che non favorisce assolutamente l’inclusione ma piuttosto alimenta la segregazione con le donne separate dagli uomini e obbligate all’uso di un costume integrale per motivi religiosi».

In Onda, rissa Vannacci-Aprile: "Fa il poliziotto americano?", "Funziona così"

Roberto Vannacci è stato ancora una volta ospite di La7. Questa volta a In Onda, il programma di approfondimento ...

GRANDE ILLUSIONE
L’argomentazione della Sardone affonda la lama in quella che appare come la grande illusione dell’inclusione a scomparti: «Altro che integrazione, in questo modo si istituzionalizza una forma di separazione tra uomini e donne e tra le diverse comunità.

Con questa decisione si consente ad alcuni gruppi religiosi di isolarsi volontariamente, non aiutando le donne a integrarsi ma piuttosto a sentirsi emarginate e oppresse. L’uso del burkini come quello del velo integrale all’aperto non è libertà ma piuttosto sottomissione».

Se si prescinde dal registro politico e si osserva la struttura dell’esperimento sociale di Salorno, la tesi della segregazione involontaria mostra tutta la sua disarmante evidenza. L’integrazione, per definizione semantica prima ancora che civile, presuppone un contatto, una negoziazione dello spazio pubblico in cui identità diverse imparano a condividere le medesime regole e gli stessi luoghi, nello stesso momento. Riservare una vasca per un’ora alla settimana, svuotandola preventivamente dagli elementi della società maschile e autoctona, non è un ponte: è una darsena protetta. È la concessione di un’enclave che, con il pretesto dell’accoglienza, ratifica l’impossibilità del contatto reale. Ci si ritrova così di fronte al bizzarro spettacolo di un ecosistema locale che, convinto di promuovere il progresso civico, finisce per burocratizzare la separazione dei sessi. Un’ora di nuoto a porte chiuse non rende una comunità più aperta; appalta la convivenza all’orologio, elevando un impianto si incontro sociale a perfetto monumento alla segregazione consensuale.