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Maurizio Landini salvato da Meloni: 740mila euro per la casa editrice Cgil

di Daniele Dell'Orcomercoledì 1 luglio 2026
Maurizio Landini salvato da Meloni: 740mila euro per la casa editrice Cgil

3' di lettura

Che ironia quei comunisti che urlano al ritorno del fascismo e poi si vedono appianare i loro disastri finanziari dai fascisti. Andiamo con ordine. Da una parte ci sono i palchi, i comizi infuocati, le piazze mobilitate contro “lo Stato di polizia” e le politiche economiche del governo guidato da Giorgia Meloni.
Dall’altra, ci sono i bilanci stropicciati, i conti in rosso che non tornano e i registri contabili che necessitano disperatamente di ossigeno. Ed è proprio al confine tra la retorica dell’opposizione dura e la cruda realtà dei numeri che si consuma il cortocircuito più clamoroso dell’anno: Maurizio Landini, l’implacabile segretario generale della Cgil, ha trovato il proprio salvagente finanziario direttamente nelle casse dell’esecutivo che accusa ogni giorno di volerli cancellare.

Per comprendere la portata dell’operazione, bisogna guardare dentro il pozzo senza fondo dell’editoria targata Corso d’Italia. La Futura editrice srl, società interamente controllata dal primo sindacato italiano, continua infatti a svenare le casse del sindacato. Nel solo 2025, il bilancio della controllata si è chiuso con un’ennesima e pesante perdita: ben 2,631 milioni di euro. Un buco finanziario spaventoso che avrebbe potuto assumere contorni ben più drammatici se non fosse stato per il drastico (e imprevisto) intervento di recupero arrivato da Palazzo Chigi. La voragine contabile, pur restando profonda, è stata infatti contenuta rispetto ai 4,7 milioni di euro persi nel 2024. Il merito di questo “alleviamento”? Un tesoretto da ben 740.514 euro arrivato a fondo perduto direttamente dal dipartimento per l’informazione ed editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il paradosso si ingigantisce quando si vanno a spulciare i dettagli tecnici di questa elargizione. Il contributo a fondo perduto erogato dal governo Meloni pesca nelle risorse del Fondo straordinario per l’innovazione nell’editoria (introdotto con un Dpcm del 2023). Le norme prevedono incentivi per «gli investimenti in tecnologie innovative». Ma la Futura editrice non manda in edicola quotidiani e non gestisce un’agenzia di stampa; si limita a pubblicare qualche decina di volumi all’anno e quattro riviste periodiche speciali a tiratura limitata (“Rgl”, “Rps”, “Qrs” e la storica “Critica marxista”). È proprio su queste quattro testate che la società ha concentrato gli investimenti tecnologici che le hanno permesso di incassare l’ingente somma.

Le proporzioni dell’assegno staccato dall’esecutivo in favore del sindacato rosso lasciano sbalorditi gli addetti ai lavori. Il finanziamento concesso alla casa editrice della Cgil supera di gran lunga quello ottenuto dai principali colossi del giornalismo italiano: è persino il doppio di quanto toccato al Sole 24 Ore (480mila euro), supera l’Agenzia Italia (709mila euro) e polverizza la cifra destinata all’Adnkronos (358mila euro). Nell’intera graduatoria nazionale, solo giganti del calibro di Rcs Mediagroup (2,1 milioni), il gruppo Gedi (1,77 milioni) e l’agenzia Ansa (751mila euro) hanno ricevuto risorse superiori o paragonabili a quelle finite nelle casse dell’organizzazione guidata da Landini.

Così, mentre il fatturato della Futura editrice balzava da 2,9 a 6,689 milioni di euro, zavorrato però da costi di produzione lievitati fino a 9,3 milioni, il “salvagente Meloni” è servito a tamponare le falle di una gestione editoriale altrimenti insostenibile. Tra i libri figurano saggi sull’industria della difesa, volumi sull’antifascismo curati con prefazioni dello stesso Landini e riedizioni di testi storici. Ma a fare la differenza tra il tracollo definitivo e la sopravvivenza finanziaria non sono stati i lettori in libreria, bensì l’assegno firmato dal governo conservatore. Una parabola esemplare: sul palco Landini invoca la rivoluzione sindacale contro la premier, ma in bilancio trova il sorriso grazie al bonifico di Palazzo Chigi. Forse, almeno nel segreto dell’urna, deciderà pure di passarsi una mano sulla coscienza.