Il “riscatto” contro “l’esperienza”. L’essere “donna”, giovane, “libera”, contro il maschio alpha, di mezza età, eterosessuale. Aver sfidato poteri costituiti, disegni già fatti, contro chi, da quei poteri, è stato cooptato e di quei disegni è sempre stato al centro. È questo lo schema, lo storytelling, che Elly Schlein userà nella battaglia contro Giuseppe Conte, in quelle primarie di cui, ormai, manca solo la data. E non sfugge la simmetria con Giorgia Meloni, l’underdog per eccellenza, la prima premier donna italiana che della sua storia di ragazza della Garbatella, arrivata con le sue sole forze fino a Palazzo Chigi, ha fatto il suo punto di forza.
IL PIANO
Che questo sia il nuovo schema di gioco della leader del Pd si è capito domenica, nel torrenziale discorso con cui ha chiuso la Festa Nazionale dell’Unità, a Reggio Emilia. Un elenco fin troppo dettagliato, a tratti noioso, di proposte, priorità, temi. Ma la novità è arrivata nel finale in due passaggi. «Quindi», ha detto Schlein, «andiamo avanti perché questa sia la sfida del riscatto di tutte quelle e tutti quelli a cui hanno sempre detto che non ce la potevano fare, che non erano adeguati, che non era per loro, che erano troppo o troppo poco, che dovevano dedicarsi ad altro». E poco prima aveva rivendicato il suo essere donna, giovane e libera, definendole, ironicamente, «aggravanti personali». È questa la riposta di Schlein all’offensiva che Conte ha iniziato in questi mesi estivi, proponendosi come il candidato più competitivo perché con più esperienza. La grisaglia contro le sneakers, il curriculum di ex premier contro quello, senz’altro più scarno, di lei. Ed è uno schema che Conte continua a battere.
Ieri mattina, per dire, il giorno dopo Reggio Emilia, il leader del M5S si è fatto vivo sui social con un video dove visita, a fianco del sindaco, una scuola primaria di Isernia, ristrutturata grazie ai fondi del Pnrr, quelli che Conte rivendica di aver portato in Italia. Il video, come sempre ben fatto, inizia con il leader del M5S alla lavagna che scrive una frase: «No al riarmo, sì a scuole più sicure». Poi, a fianco del primo cittadino, fa il giro delle aule ristrutturate, ascolta il racconto di quello che, con i soldi del Pnrr, si è riuscito a fare per migliorare la vita delle persone reali, per risolvere uno dei problemi che accomunano di più gli italiani, ossia i luoghi dove i propri figli passano gran parte della loro giornata. Il messaggio è chiaro, semplice ed efficace: guardate, toccate con mano, quello che io, da premier, ho fatto. Non sono parole, sono fatti. Sono immagini che uniscono due asset che Conte rivendica nella sua corsa per guidare la coalizione progressista: l’esperienza e la concretezza, il fatto di essersi già misurato con il governo del Paese e una inclinazione al pragmatismo post-ideologico.
Durante questi mesi estivi Schlein, però, non è stata ferma. Ha studiato le mosse di Conte, ha cercato di organizzare una risposta. Non a caso sono arrivate anche nuove competenze nello staff della segretaria del Pd. Sul versante della comunicazione, dei social, dei video. Molto meno sprovveduta di quello che in tanti immaginano, Schlein è decisa a fare tutto il possibile per conquistare Palazzo Chigi.
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Certo, restano i problemi nella costituenda alleanza. Prima ancora della candidatura a premier, vanno risolti alcuni nodi che riguardano la costruzione della coalizione. Uno è l’Ucraina, su cui le distanze restano ancora molto ampie e il discorso a Reggio Emilia non le ha accorciate. Schlein ha parlato di “sostegno”, non specificando se preveda l’invio di armi (su cui Conte è contrario) o altro. Poi c’è il tema di chi farà parte della coalizione.
Ieri Chiara Appendino, M5S, ha ribadito il veto a Matteo Renzi: «Non è una questione di veti. La presenza di Renzi in una coalizione è un fattore sottrattivo per il campo progressista». Parole a cui ha risposto Silvia Fregolent, di Italia Viva: «Per battere Meloni servono più voti, non più veti. A forza di decidere chi deve stare fuori, Appendino sceglie di condannare il Paese a un altro governo delle destre». Dal Pd, invece, aveva già parlato Stefano Bonaccini: «Non si può prescindere da elettori che, a differenza mia, non si definiranno mai nella vita di sinistra, ma che con questa destra non ci vogliono stare». In mattinata era stato lo stesso Renzi a parlare: «I Cinque Stelle sanno che un veto su di noi è inspiegabile, specie dopo che abbiamo preso più voti di loro in alcune regioni come la Toscana e abbiamo comunque aiutato Fico in Campania col 7% o Tridico in Calabria col 5%. Noi ci siamo». Anche questo nodo dovrà essere sciolto.




