Se anche il sentirsi in pericolo di vita (magari, come in questo caso, perché dirigi un’azienda e vivi in una zona, come il nord-est, dove le rapine in villa sono un fenomeno mica marginale) basta per ottenere il porto d’armi. Un imprenditore del Trevigiano, appunto, ‘sta benedetta licenza per girare con una rivoltella da difesa, se l’è vista respingere tre volte. La prima nel giugno del 2022, con un provvedimento del prefetto; la seconda dal tar del Veneto e l’ultima, adesso, dal Consiglio di Stato: Palazzo Spada gli ha cassato l’appello (nel giudizio si era costituito pure il Viminale).
Lui, l’imprenditore, aveva chiesto di girare armato vista la «persistente esposizione a situazioni di rischio», come si legge nel ricorso che ha presentato alla magistratura amministrativa, ha detto che la sua ditta è (pure) impegnata in settori delicati come quelli della difesa e della sicurezza, ha prodotto ogni forma di documentazione la quale, nei passaggi precedenti, a suo parere «non sarebbe stata adeguatamente valorizzata».
Niente, ogni cosa rispedita al mittente, la sua tesi è stata smontata pezzo per pezzo e la sua istanza ritenuta inammissibile (quelle carte, secondo il Consiglio di Stato, dovevano essere prodotte prima): ma non è una questione meramente tecnica, è nel merito della richiesta che la decisione diventa più marcata. «Il pericolo per l’incolumità personale non può essere desunto automaticamente dalla natura dell’attività economica svolta», hanno scritto i giudici: non bastano il patrimonio che c’è in ballo né gli spostamenti frequenti né il tipo di lavoro svolto. Per avere il porto d’armi servono circostanze precise che devono avere «concretezza e attualità».
L’aumento dei reati, «reale o percepito», continuano, non può tradursi in una «generalizzata diffusione delle armi»: il rischio sarebbe quello di far scivolare la protezione dei cittadini dal sistema pubblico all’autodifesa privata, mentre deve restare un compito ad appannaggio dello Stato.




